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30

Jan

Usa, faccia a faccia con ARPA-E, talent scout di nuove energie

L’agenzia governativa finanzia ogni anno decine di progetti per lo sviluppo di tecnologie energetiche avanzate. A volte il punto di partenza sono le piante, altre volte il solare o i nanomateriali. Un tour virtuale tra le idee più innovative

di Giulia Belardelli

Foreste di pini da cui ricavare biomassa, generatori eolici ispirati ai segreti dei meteoriti e “batterie del calore” pronte a conservare l’energia del Sole a tempo indeterminato. Sono solo alcune delle idee, più o meno visionarie, su cui il governo americano investirà quest’anno nella speranza di dare una svolta sostenibile alla sua storia energetica - e magari anche a quella di altri paesi. La madrina di questi progetti si chiama ARPA-E (Advanced Research Projects Agency-Energy) ed è l’agenzia governativa lanciata da Barack Obama nell’aprile del 2009 per “promuovere e finanziare la ricerca e lo sviluppo di tecnologie energetiche avanzate”.

Sua sorella maggiore e punto di riferimento è la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), agenzia fondata a scopi militari nel 1958 ma a cui si devono innovazioni importanti come la rete progenitrice di internet. “Lo scopo di ARPA-E – ha spiegato il suo direttore, Arun Majumdar – consiste nel finanziare progetti di ricerca dove a possibili grandi benefici corrispondono rischi di fallimento relativamente alti e che quindi non potrebbero vedere la luce altrimenti”.

Finora l’agenzia ha supportato ricerche nei campi più disparati, dalle tecnologie rinnovabili per pannelli solari alle turbine eoliche, passando per la trivellazione geotermica, i biocarburanti e le coltivazioni di biomassa. A volte gli investimenti si rivelano dei buchi nell’acqua; altre volte, invece, centrano in pieno il bersaglio, come è il caso della recente scoperta di una tecnologia in grado, per la prima volta, di sprigionare il potenziale delle alghe marine per la produzione di biocarburanti. A passare le ultime “selezioni” assieme al microbo mangia-alghe sono stati sessanta progetti localizzati in 25 Stati diversi. Ecco allora una panoramica sulle aree tematiche più rilevanti, nel tentativo di immaginare future e possibili rivoluzioni.

Sostituire il petrolio con le piante. Il primo filone su cui si muovono i progetti finanziati da ARPA-E è quello di PETRO, vale a dire delle piante ingegnerizzate per rimpiazzare il petrolio. Ne fanno parte diverse tecnologie pensate per sviluppare colture che siano particolarmente vantaggiose nel rapporto tra energia prodotta e acqua necessaria. L’obiettivo è dimezzare i costi dei biocarburanti derivati da piante come il tabacco e l’albero di pino. Su quest’ultimo lavora, ad esempio, un gruppo di ricerca dell’Università della Florida che sta cercando di aumentare la produzione di trementina, un biocarburante liquido naturale che può essere isolato, appunto, dal sempreverde. Il pino sviluppato dai ricercatori, in particolare, è disegnato in maniera tale da aumentare la capacità delle foreste di immagazzinare il biocarburante e accrescere la produzione di trementina dal 3 al 20%. Secondo i ricercatori, in questo modo sarà possibile produrre 100 milioni di galloni di carburante all’anno con meno di 25.000 acri di foresta. Sotto l’ombrello del PETRO trova spazio anche il progetto portato avanti da Chromatin, company con base a Chicago. I suoi biotecnologi sono all’opera per costruire una versione di sorgo dolce (una specie di graminacea) che riesca a produrre grandi quantità di zucchero anche con poca acqua e la cui biomassa sia facilmente convertibile in biocarburante.

Nuove alternative alle terre rare. La seconda area tematica va sotto l’acronimo di REACT, che sarebbe “Rare Earth Alternatives in Critical Technologies”. L’idea è di trovare soluzioni più abbordabili rispetto all’utilizzo di terre rare in molte tecnologie esistenti e/o emergenti. Le terre rare, infatti, sono minerali naturali dotati di proprietà magnetiche uniche, ma molto costose proprio a causa della loro rarità. La ricerca di sostituti è attiva soprattutto in tre settori: magneti permanenti, motori per veicoli elettrici e generatori eolici. Sul primo fonte c’è grande fermento attorno a una sperimentazione in corso alla Northeastern Univiversity, dove alcuni ricercatori sono riusciti a creare – partendo dal binomio ferro-nickel - una struttura cristallina che in natura si trova soltanto nei meteoriti.

Come ti conservo l’energia termica. La terza sfida, quella fronteggiata da HEATS (High Energy Advanced Thermal Storage), è di quelle enormi che, una volta risolte, potrebbero rivoluzionare il volto dell’energia. Il trasporto e la conservazione di energia termica (sia calda che fredda) sono infatti aspetti che riguardano più del 90% delle attuali tecnologie energetiche. L’individuazione di nuove strategie efficaci dal punto di vista dei costi è dunque una priorità per ARPA-E. Un esempio di progetto si trova al Massachusetts Institute of Technology: qui gli scienziati stanno sviluppando un dispositivo per la conservazione di energia, una sorta di “batteria del calore” che cattura e conserva l’energia solare per poi rilasciarla sulla griglia solo in un secondo momento.

Il dispositivo, chiamato “HybriSol”, presenta una serie di vantaggi: può essere trasportato come un qualsiasi carburante, è rinnovabile al 100% e si ricarica come una batteria a emissioni zero. Potrebbe essere usato sia per il riscaldamento che per la purificazione dell’acqua e consentire l’accesso all’energia solare 24 ore su 24. In questo modo modo si ridurrebbero drasticamente il consumo e l’emissione di combustibili fossili.

Reti elettriche intelligenti, integrate e “verdi”. La classe di progetti GENI (Green Electricity Network Integration) si propone invece di sviluppare software innovativi e hardware ad alto voltaggio per controllare in maniera affidabile la rete elettrica. Le strade sono soprattutto due: 1) la creazione di dispositivi di controllo economici in grado di gestire risorse disponibili solo sporadicamente, come il sole e il vento; 2) la realizzazione di strumenti affidabili per controllare automaticamente e in tempo reale il flusso di corrente in ciascuna componente della griglia (come spiegano i ricercatori, una sorta di “internet router” della corrente). Esprimenti di questo genere sono in corso alla Texas Engineering Experiment Station e alla Michigan State University.


Gli Adepti del Sole. A prima vista potrebbe sembrare il nome di una setta, ma in realtà la sigla Solar ADEPT sta per “Solar Agile Delivery of Electrical Power Technology”. Quest’ultima area tematica punta tutto sull’energia regalataci dalla nostra stella madre e si propone, assieme alla SunShot Initiative, di ridurre il costo dell’energia solare del 75% entro la fine del decennio. Anche in questo caso i finanziamenti si dividono tra enti federali, università e aziende private. Uno dei progetti pilota ha il suo quartier generale ad Austin, in Texas, dove la Ideal Power Converters sta sviluppando dispositivi elettronici ultraleggeri per connettere alla griglia pannelli solari fotovoltaici. La novità consiste nelle misure dei transistor, che dovrebbero essere così esili da permettere l’istallazione di pannelli lungo le pareti e i tetti degli edifici commerciali. L’obiettivo – spiegano i ricercatori – è ridurre il peso del 98%, un’enormità che consentirebbe di abbattere i costi di manifattura, trasporto e istallazione.

da: Repubblica.it

21

Jan

Yosemite Park con una Canon 5D

by Sheldon Neill & Colin Delehanty

Stati Uniti, guerra all’Alzheimer: “cure e prevenzione entro il 2025”

Il Dipartimento della Salute ha tracciato il piano con cui spera di battere la malattia entro i prossimi tredici anni. Diagnosi preventiva e percorsi più agevoli alla sperimentazione clinica. Ma alcuni criticano: “La scadenza è troppo vicina, sono sforzi di facciata”

di Giulia Belardelli

Trovare una strategia efficace per curare e prevenire l’Alzheimer entro il 2025. È questo l’impegno preso dal governo americano nella lotta contro una delle malattie più estenuanti del nostro secolo, piaga quotidiana per 36 milioni di persone nel mondo. Il National Alzheimer’s Project Act, la legge firmata l’anno scorso dal presidente Barack Obama, ha infatti assunto questa settimana i connotati di un piano. Cinque i punti, di cui il primo suona forte e chiaro: fare in modo che tra massimo tredici anni l’Alzheimer sia prevenibile e curabile.

L’annuncio è stato accolto con gioia da organizzazioni importanti come l’Alzheimer’s Association e USAgainstAlzheimer, che da tempo fanno pressioni sul Congresso e sulla Casa Bianca per arrivare a qualcosa di concreto. Non mancano, però, alcune voci critiche che ritengono “pericolosamente irrealistico” l’orizzonte temporale stabilito dal Dipartimento della Salute. Né per la lotta al cancro né per quella all’AIDS erano state date delle “deadline”, soprattutto non così strette. Al momento, poi, il piano non specifica l’entità dei prossimi finanziamenti, ma fa leva soprattutto sul coordinamento delle forze esistenti e sulla condivisione delle conoscenze.

Come si legge nella bozza diffusa su internet, il National Alzheimer’s Project Act parte dalla consapevolezza che ogni giorno ricercatori sparsi nel mondo aggiungono nuovi pezzetti alla nostra comprensione delle cause e delle possibili strategie di prevenzione e trattamento. La parte difficile, in molti casi, è portare in clinica le idee. Per questo – spiegano i relatori - “il Dipartimento della Salute si impegna a dare la priorità e ad accelerare il percorso della ricerca, assicurandosi che gli approcci più promettenti vengano tradotti rapidamente in sperimentazioni cliniche ed, eventualmente, messi a regime”.

Il come verrà deciso in itinere, una volta stabilite “priorità e pietre miliari” nel corso di un grande summit che si terrà a maggio al National Institute on Aging di Bethesda, in Maryland. Di certo si insisterà molto sull’identificazione dei meccanismi molecolari e cellulari della malattia e sulla ricerca genetica dei fattori di rischio e protezione. Grande attenzione sarà data alla questione dei biomarcatori, indizi capaci di dire se una persona si sta ammalando fino a dieci anni prima della comparsa dei primi sintomi. Lo scopo qui è duplice: da un lato promuovere la diagnosi precoce, così da provare i trattamenti su pazienti la cui memoria non abbia ancora iniziato a vacillare; dall’altro identificare strategie di prevenzione e trattamento capaci, se non altro, di rallentare di molto la progressione della malattia.

AMILOIDE BETA E TAU, I BERSAGLI DELLA RICERCA

Il secondo e il terzo punto sono più di “ordine interno”: si tratta, innanzitutto, di migliorare qualità ed efficienza dei servizi di assistenza, supportando i pazienti e le famiglie in un percorso difficile sempre, ma soprattutto per chi non gode della copertura assicurativa ed è troppo giovane per rientrare nel programma pubblico dedicato agli anziani, il Medicare. Gli ultimi due punti, infine, sono dedicati alla sensibilizzazione pubblica e all’adozione di sistemi più funzionali per monitorare i progressi ottenuti.

Non a tutti, però, è piaciuta l’idea di una “deadline” così vicina. Gli argomenti si possono ridurre a uno: la natura della scienza è imprevedibile, si fanno progressi e si continua a lottare anche (e forse meglio) senza il ticchettio di un orologio. La pensa così, ad esempio, Sam Gandy, esperto di Alzheimer al Mount Sinai Hospital di New York. “È sempre utile attirare l’attenzione su una determinata malattia, ma ho paura che sforzi come questo siano più di facciata che altro”, ha dichiarato a HealthDay. Per Gandy, l’orizzonte del 2025 è “di gran lunga ottimistico: dal mio punto di vista, si corre il rischio di far passare l’idea di un fallimento, nel caso in cui entro tredici anni non dovessimo aver trovato una cura”.

I critici sottolineano che una scadenza così immediata è una novità rispetto alle precedenti “dichiarazioni di guerra” in campo medico. Il riferimento è alla lotta al cancro, lanciata nel 1971 dall’allora presidente Richard Nixon con la firma del National Cancer Act, una legge in cui si prometteva che alla ricerca sui tumori sarebbero stati destinati gli stessi fondi impiegati per la fissione nucleare. Nessun riferimento a date o scadenze specifiche. Stesso discorso per la lotta all’AIDS: ci sono voluti trent’anni di ricerca prima che il segretario di Stato Hillary Clinton si azzardasse a stabilire l’anno (il 2015) in cui dovrebbe nascere la prima generazione libera dal fardello della trasmissione del virus da madre a figlio.

Nel caso dell’Alzheimer, un aspetto particolarmente problematico riguarda la durata delle sperimentazioni cliniche. Come si è detto, infatti, la malattia può svilupparsi silenziosamente anche quindici/venti anni prima della comparsa dei sintomi. “Il che significa – ha spiegato ancora Gandy – che anche se avessimo tra le mani oggi tutto ciò che ci serve (fondi, partecipanti, farmaco perfetto) il trial durerebbe comunque una quindicina di anni”. Secondo il neurologo del Mount Sinai, le soluzioni sono ancora lontane e c’è il rischio che una parte dell’industria si scoraggi di fronte ai tanti fallimenti che ci sono già stati.

Non la pensa così Howard Koh, sottosegretario del Dipartimento della Salute. “Vogliamo dimostrare che come Paese ci stiamo impegnando a risolvere questo problema. Oggi più di 5 milioni di americani soffrono di Alzheimer e il numero dei pazienti è destinato ad aumentare”. Sul fronte dei positivi ci sono anche le associazioni, tra cui Alz.org: “Il National Alzheimer’s Project creerà un piano coordinato per superare la crisi provocata da questa malattia. Assicurerà il coordinamento e la valutazione di tutti gli sforzi della ricerca nazionale e non solo”.

L’idea che la chiave possa essere in un maggiore coordinamento è in effetti condivisa da più parti. Vanno in questo senso anche le nuove linee guida della neuropatologia dell’Alzheimer, pubblicate mercoledì scorso sulla rivista “Alzheimer & Dementia”. Le ultime – spiegano i ricercatori – risalivano al 1997 e quindi non tenevano conto di tutte le scoperte che sono state fatte nel frattempo. I nuovi criteri, frutto di uno sforzo congiunto dell’NIH e dell’Alzheimer’s Association, hanno lo scopo di aiutare i patologi a caratterizzare meglio i cambiamenti che avvengono nel cervello delle persone colpite da demenza sia in presenza che in assenza di sintomi. Nella convinzione che le risposte, almeno in parte, siano già sotto i nostri occhi.

da: Repubblica.it

13

Jan

Stop American Censorship!

Un video che spiega le due proposte di legge (SOPA/PIPA) che vorrebbero censurare internet. Il voto è previsto per il 24 gennaio al Senato. Su Fight for the Future tutte le azioni che si possono intraprendere per impedire la censura

09

Jan

Gran Canyon, via al piano anti-miniere

L’amministrazione Obama vieta per vent’anni nuove concessioni per l’estrazione di uranio: “Un luogo iconico, abbiamo il dovere di proteggerlo”. Esultano gli ambientalisti, mentre i repubblicani attaccano: “Sarebbero stati posti di lavoro”

di Giulia Belardelli

Sospiro di sollievo per il Grand Canyon, l’icona del turismo naturale americano. Il presidente Barack Obama ha infatti deciso di bloccare per altri vent’anni l’autorizzazione a nuove miniere di uranio lungo il milione di acri che circonda il canyon. In alcune zone del parco la contaminazione da uranio è 10 volte superiore ai livelli federali, un dato sul quale – verosimilmente – ha pesato l’attività umana.

Il piano anti-miniere è stato fortemente osteggiato dai repubblicani (secondo i quali l’autorizzazione creerebbe migliaia di posti di lavoro), ma per una volta sembra aver vinto il buon senso e il rispetto per uno dei posti più spettacolari della Terra. La decisione sarà comunicata oggi presso la sede della National Geographic Society di Washington DC, dove verrà presentato un nuovo film dedicato al parco nazionale del Grand Canyon. L’annuncio sarà affidato al segretario di Stato per gli Affari Interni, Ken Salazar, che nel 2009 – dopo l’insediamento di Barack Obama - aveva fermato temporaneamente l’autorizzazione di nuove concessioni minerarie.

La mossa di Obama è stata accolta con soddisfazione dai vari gruppi ambientalisti che si occupano della tutela del Grand Canyon, secondo i quali il presidente ha avuto il coraggio di andare avanti con il piano malgrado la forte opposizione dei repubblicani e dell’industria mineraria. “Nonostante le pressioni significative, Obama ha scelto di non accontentarsi di una via di mezzo”, ha detto ad esempio Jane Danowitz del Pew Environment Group.

La misura comporterà il veto su nuovi scavi, ma non avrà effetti sulle circa 3.000 concessioni minerarie attorno al canyon. Gli scavi alla ricerca di uranio aumentarono notevolmente durante gli ultimi anni della presidenza Bush, quando la crescita dei prezzi portò a un’impennata di nuove concessioni nel Nord Arizona. Allora si propose anche di riaprire vecchie miniere adiacenti al canyon, un’idea che – vista oggi – sembra lontana anni luce.

Il cambiamento di rotta registrato durante la presidenza Obama deriva da un’osservazione molto semplice: poiché non siamo ancora in grado di stabilire l’impatto degli scavi sull’ecosistema del canyon, è meglio essere prudenti e avere le idee più chiare su quale sia un livello di rischio accettabile. Il Grand Canyon, d’altronde, è una fonte di reddito enorme: attrae ogni anno più di 4 milioni di turisti e genera un’attività economica che si aggira attorno ai 3,5 miliardi di dollari. Di più: città come Phoenix e Los Angeles si basano sul Colorado River per il rifornimento di acqua potabile.

“Come accadde per i nostri antenati, non sappiamo come le generazioni future trarranno giovamento e beneficio da questo posto”, ha detto Salazar. “Questa è solo una delle tante ragioni per cui saggezza, cautela e scienza devono guidare la nostra protezione del Grand Canyon, un paesaggio iconico che abbiamo il dovere di preservare”.

da: Repubblica.it

19

Dec

Economic inequality in the US. A nice animation from the Guardian

09

Dec

OWS: un corso universitario è meglio di una serie TV

A New York gli attivisti sono riusciti a smontare “Mockupation”, un finto accampamento allestito per un episodio di Law & Order. Nel prossimo semestre la NY University dedicherà due corsi alla protesta, che nel mentre si è fatta un ufficio a due passi da Wall Street

di Giulia Belardelli

“Siamo un movimento, non una trama televisiva”: non l’hanno presa bene gli attivisti di Occupy Wall Street che ieri notte si sono ritrovati di fronte ai loro presunti “sosia” per il grande schermo. I registi di Law & Order, infatti, avevano organizzato l’allestimento di un finto accampamento di Zuccotti Park per girare una puntata su un misterioso omicidio o violenza sessuale proprio a OWS. I manifestanti veri, una volta diffusa la notizia su Twitter, si sono precipitati a Foley Square, dove hanno iniziato a protestare contro quella che hanno definito “un’appropriazione indebita”.

Alla fine gli attivisti – circa un centinaio - hanno avuto la meglio: dopo mezzanotte un agente di polizia ha comunicato ai presenti che la città di New York aveva revocato il permesso, e che quindi il set doveva sparire al più presto. Il fatto che Law & Order abbia voluto (provare a) girare un episodio su OWS non sorprende, visto che la serie è famosa per i suoi frequenti rimandi alle prime pagine dei giornali. E gli va riconosciuto anche che il finto accampamento era decisamente realistico, con tanto di library e cucina.

Anche la scelta di Foley Square, l’area di downtown Manhattan con la più alta concentrazione di palazzi di giustizia federali e statali, aveva un suo perché: è qui, infatti, che i veri dimostranti si accamparono per un po’ dopo l’evacuazione notturna di Zuccotti Park, a novembre.

La “Mockupation”, come è stata soprannominata, ha però avuto vita breve. Gli attivisti, infatti, hanno circondato l’accampamento per manifestare – per lo più con ironia – la loro indignazione. “Siamo venuti qui perché è impossibile accettare uno sfruttamento del genere”, ha detto ad esempio Tammy Schapiro, 29 anni, di Brooklyn. “È assurdo”, gli ha fatto eco un altro attivista. “Solo due settimane fa ci hanno sbattuto fuori da Zuccotti Park, e ora autorizzano questo set che ci fa il verso. È fuori dal mondo!”.

Con tutt’altro spirito, invece, il movimento ha accolto la notizia che, nel prossimo semestre, sarà al centro di due nuovi corsi offerti dalla New York University. Secondo il Wall Street Journal, uno dei due corsi sarà riservato agli undergraduate e verrà organizzato dal Dipartimento di Analisi Sociale e Culturale dell’Università. Il suo titolo sarà: “Why Occupy Wall Street? The History and Politics of Debt and Finance”. “Le dimostrazioni di OWS stanno riscuotendo attenzione da un capo all’altro degli Stati Uniti, collegando il malcontento popolare all’ineguaglianza economica, all’avidità finanziaria e al malaffare in tutto il pianeta”, recita un volantino a nome della professoressa che dovrebbe tenere le lezioni, Lisa Duggan. “Il corso è disegnato per fornire un contesto a questa catena di eventi”. Un altro professore, invece, terrà una serie di seminari per laureati sempre sul tema della protesta.

La convinzione, insomma, è che “il meglio” debba ancora venire, anche se il freddo e le recenti disposizioni del sindaco Bloomberg hanno portato a una diminuzione delle persone fisicamente presenti in piazza. A suggerirlo, tra le altre cose, è un articolo apparso oggi sul Time, in cui il giornalista Beau Friedlander racconta di come il movimento abbia “occupato” un ufficio a soli due blocchi di distanza dal tempio della finanza. In realtà gli attivisti pagano regolarmente l’affitto – 5.400 dollari al mese – grazie a dei donatori anonimi. Lo spazio di lavoro è grande circa 300 metri quadrati e si trova al 12esimo piano del civico 50 di Broadway.

Nell’ufficio si svolgono assemblee e si discute sul futuro del movimento. Ovviamente lo spazio è limitato: la capienza massima – scrive Friedlander - è di 48 persone. Gli ammessi vengono chiamati in gergo “spokes” (“movementspeak for point people”) e sono scelti dai venti gruppi di lavoro che gravitano attorno all’ufficio. I gruppi di lavoro, a loro volta, vengono approvati ai meeting della General Assembly, l’assemblea generale che – secondo le nuove disposizioni – non si incontra più tutti i giorni, ma solo il martedì, il giovedì, il sabato e la domenica alle 7pm.

“Il famoso movimento non strutturato sembra mostrare segni di struttura e organizzazione”, scrive ancora Friedlander, che ha assistito a uno degli incontri. L’idea di alcuni attivisti è creare dei “livelli di organizzazione” così che il movimento possa replicarsi in altri luoghi e proseguire la sua diaspora. Per altri, invece, lo spazio di lavoro suona come una “campana a morto” per la protesta e un tradimento dei principi che la hanno ispirata.

Opinioni a parte, il movimento si sta preparando per D12, la prossima giornata di azione collettiva prevista, appunto, per lunedì 12 dicembre. Resistono intanto molti degli accampamenti che negli ultimi due mesi hanno moltiplicato il messaggio di Zuccotti Park. A Boston la polizia ha (momentaneamente) rinunciato all’evacuazione dell’accampamento, mentre a Washington DC mercoledì scorso centinaia di persone hanno invaso K Street, il centro simbolico del lobbismo. Per diverse ore i manifestanti hanno protestato contro “le borse di soldi che corrompono il nostro governo”, come l’ha messa in parole il 75enne Jim Sessions, un ministro metodista del Tennessee finito in manette assieme ad altre settanta persone.

……………..

Qui un video dei veri manifestanti nel set di Law and Order:

07

Dec

Sarà uno dei miei prossimi viaggi…

Finding Oregon,un video di Ben Canales, John Waller, Steve Engman, Blake Johnson:

“Our newest timelapse project featuring the beautiful state of Oregon. Finding Oregon is the compilation of six months of timelapse photography across the state punctuated by a 1600 mile road trip in September. Locations include the Columbia River Gorge, Mt. Hood, Mt Jefferson, the Southern Coast, the Alvord Desert, Leslie Gulch, Blue Mountains, Crater Lake, and the Eagle Cap Wilderness”.

by

Uncage the Soul Productions

23

Nov

Ows tra Thanksgiving e Black Friday

Domani pranzo del Ringraziamento a Zuccotti Park e in altri “campi base” sparsi per il Paese. E dopo il tacchino, ci si prepara per il venerdì dello shopping. Stavolta, però, per criticare il consumismo

di Giulia Belardelli

Sarà un Thanksgiving strano quello che gli americani si apprestano a festeggiare. Da un lato le incertezze politiche, con Obama che sembra sempre più debole e i repubblicani che solo ieri si sono cimentati in un dibattito che molti commentatori hanno definito “soporifero”. Da giorni i supermercati sono invasi da tacchini giganti e “stuffing” di ogni tipo, mentre le previsioni meteorologiche parlano di alluvioni e tormente da un capo all’altro del Paese. Anche l’attesa per il Black Friday, la giornata che dà il via allo shopping natalizio, appare un po’ sottotono. Così, in un’atmosfera tutt’altro che frizzante, l’attenzione mediatica cade ancora una volta su di loro, gli attivisti di Occupy Wall Street, che per i due giorni in arrivo hanno mille e un programma in testa.

Innanzitutto il pranzo del Ringraziamento, vera istituzione della cultura a stelle e strisce. Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, a Zuccotti Park, nel quartier generale della protesta, i manifestanti celebreranno il Thanksgiving con performance musicali e pasti per almeno 5.000 persone. Il menu prevede tacchino ripieno, mirtilli rossi e purea di patate, ma anche opzioni prive di glutine e adatte ai vegetariani. “Il cibo verrà donato da ristoranti e/o supporter individuali”, ha spiegato Cari Machet. Le porzioni dovrebbero essere già confezionate, così da renderne più facile la distribuzione tra i manifestanti di Zuccotti Park. “L’appuntamento è dalle 2 alle 6 pm a Liberty Square”, si legge sul sito di OWS. “Ci incontreremo per condividere cibo, storie e ispirazione”. Scene analoghe si vedranno nelle altre città che nelle ultime settimane hanno raccolto l’appello alla mobilitazione lanciato da Occupy Wall Street.

Se è vero che il Thanksgiving è una festa storica, a cui pochi americani rinuncerebbero, non è così per il Black Friday, il giorno immediatamente successivo al Ringraziamento in cui negozi e grandi magazzini si sfidano a colpi di mega sconti aprendo talvolta anche prima delle 4 am. Per molti, si tratta di una giornata di shopping compulsivo e interminabili file: per parcheggiare, entrare, provare, pagare, tutto. Difficile evocare un’immagine più rappresentativa del consumismo sfrenato.

Di qui l’invito del movimento a “occupare anche il Black Friday”. Come? In ogni modo possibile, purché non violento. Subito è nato un sito – StopBlackFriday.com – e diversi blog hanno lanciato iniziative locali. Anche in questo caso emerge la pluralità di voci del movimento: secondo alcuni, l’obiettivo deve essere “scoraggiare i consumatori delle grandi catene a comprare in generale”; altri sono più moderati, e mirano a “far riflettere la gente che affollerà negozi e magazzini”. “Le azioni – sintetizza l’Associated Press – non sembrano coordinate, ma si basano sugli stessi argomenti: supportare le attività locali e il piccolo business, criticando questa giornata dedicata al consumismo di massa e alla frenesia dello shopping che alimenta le grandi corporation”.

Pressoché ogni accampamento Occupy ha in mente qualche sorpresa per il Black Friday. A Seattle, i manifestanti faranno un “carpooling” di fronte ai negozi Wal-Mart, per protestare assieme ad altri attivisti attesi da altre parti dello Stato. A Washington DC l’accampamento di McPherson Square si trasformerà in un “really, really free market”, dove i cittadini potranno “donare oggetti che non usano più così che altri possano fare shopping gratuitamente”.

In altre città l’idea è quella di recarsi al centro commerciale, ma non per darsi alla pazza gioia con gli acquisti. Dal campo base di Boise, in Idaho, ad esempio, partiranno dei “consumer zombies” con il compito di aggirarsi silenziosamente tra le vetrine e protestare contro quelle che considerano “spese non necessarie”. A Chicago gli attivisti si daranno al canto, intonando versioni modificate dei canti di Natale per invitare i consumatori a “comprare locale”. Il gruppo di Occupy a Des Moines, in Iowa, ha in mente flash mob in tre diversi centri commerciali. “Non vogliamo impedire alle persone di dare acquisti”, ha detto uno degli organizzatori, Ed Fallon. “L’obiettivo è di farli riflettere in modo scherzoso e amichevole, invitandoli a sostenere le attività locali”.

Secondo i manifestanti, il movimento non ha la minima intenzione di “sottrarre soldi e lavoro stagionale alla maggior parte della classe operaia, i cui diritti sono anzi il fulcro di tutta la protesta”. “Le grandi aziende, e non i consumatori, sono il focus di ogni protesta”, affermano. In mezzo, poi, ci sono ovviamente altre cause, dal boicottaggio dei capi in pelle e pelliccia ai diritti dei senzatetto, passando per le critiche a colossi come McDonald’s e – nel caso specifico di Las Vegas – la condanna delle tasse particolarmente basse sulle scommesse pagate dai vari casinò.

Per alcuni osservatori, il Black Friday sarà uno dei primi test della nuova fase del movimento. Una fase mobile e frammentata, in cui gli accampamenti e le occupazioni stabili potrebbero lasciare il posto a iniziative più dinamiche. Ma soprattutto, una nuova fase in cui Occupy Wall Street dovrà riuscire nella sua sfida più grande: Occupy the Agenda.

17

Nov

“Action Day” di OWS, circa 200 arresti a New York

NEW YORK - Sale la tensione nelle vie del distretto finanziario di New York, dove i manifestanti di Occupy Wall Street hanno organizzato un “Action Day” durato quasi tutta la giornata. Circa duecento persone sono state arrestate e non sono mancati gli scontri tra forze dell’ordine e dimostranti. Uno dei manifestanti è stato ferito al volto ma non è ancora chiara la dinamica. Un altro ha cercato di colpire un poliziotto con una bottiglia rotta.

L’obiettivo originario era quello di occupare Wall Street nel vero senso della parola, impedendo lo svolgimento delle contrattazioni. Stamattina a migliaia hanno tentato di sfondare pacificamente le barricate, ma schiere di poliziotti in tenuta anti-sommossa hanno difeso il Toro e le operazioni si sono svolte lo stesso. In serata, invece, i manifestanti si sono diretti verso il Brooklyn Bridge, dopo aver bloccato diverse stazioni della metropolitana e invaso le vie di Lower Manhattan.

Momenti di tensione si sono avuti anche a Los Angeles. Qui la polizia ha sgomberato un presidio di militanti anti Wall street e ha effettuato una ventina di fermi, dopo che alcune decine di persone si erano sedute in cerchio rifiutandosi di sgomberare la zona come intimato dalle forze dell’ordine.

SAVIANO, CON VOI A ZUCCOTTI PARK -  “Salve, sono Roberto Saviano. Sabato 19 novembre alle 12 sarò a Zuccotti Park insieme a molte persone”. E’ lo scrittore ad invitare tutti - in inglese - alla manifestazione di sabato. Lo fa in un video che sarà postato domani sul sito di Occupy Wall Street sotto il titolo della manifestazione “Against the mafia”. “Sono contento di essere stato invitato dagli organizzatori di Occupy Wall Street a parlare di come la crisi economica sia sfruttata dalle mafie per conquistare sempre più soldi e potere”, spiega ancora Saviano. “Invito tutti voi che volete protestare contro i crimini della Gomorra finanziaria - continua - e tutti voi che volete capire i meccanismi che stanno dietro alla crisi dalla Grecia agli Stati Uniti passando per l’Italia. Spero di vedervi sabato per dimostrare che questa protesta non può essere zittita. See you soon”.

BOSTON CONTROCORRENTE, OK AGLI ACCAMPAMENTO - Mentre in tutta l’America gli indignati sono presi di mira dalle autorità, che li obbligano a sgomberare dai loro campi base, Boston va controcorrente. Ieri il giudice Frances McIntyre ha infatti concesso ai manifestanti il diritto - seppure temporaneo - di rimanere con tende e sacchi a pelo nel loro quartier generale di Dewey Square. L’ordinanza fa leva sulla “libertà di parola” che, secondo McIntyre, comprende anche il diritto ad accamparsi, purché non si verifichino circostanze eccezionali come un incendio, un’emergenza medica o lo scoppio di incidenti gravi.

Le autorità cittadine avranno bisogno di un provvedimento del tribunale per sfrattare gli attivisti. La loro piccola città di 150 tende è al sicuro fino al primo dicembre, quando scadrà l’ordine temporaneo che li autorizza a rimanere a Dewey Square e il giudice si esprimerà in via definitiva. Intanto nel Golden State gli studenti della University of California hanno protestato in massa davanti ad una filiale della Bank of America, a San Francisco. Cento di loro sono finiti in manette, ma non si sono registrate violenze.

photo credit: MIKE SEGAR/REUTERS