04
Jul
Alzheimer e diagnosi precoce, Italia in prima fila Tweet
La malattia neurodegenerativa mette radici nel cervello fino a dieci anni prima dalla comparsa dei sintomi. Se presa in anticipo, può essere contrastata. In pole position, in questa corsa contro il tempo, c’è BioForDrug, spin-off dell’Università di Bari
di Giulia Belardelli
“Nella lotta contro l’Alzheimer, la via maestra non può che essere la diagnosi precoce”. Ne è convinto, insieme a moltissimi colleghi, Nicola Colabufo, professore associato di Chimica farmaceutica all’Università degli Studi Aldo Moro di Bari. Con altri quattro docenti universitari, Colabufo ha messo in piedi quello che lui stesso definisce “un atto di coraggio e fiducia nelle proprie idee”: uno spin-off universitario, embrione di una company la cui missione è, appunto, sconfiggere l’Alzheimer battendolo sul tempo.
La specialità dello spin-off barese, chiamato BioForDrug, consiste nei radiotraccianti, sostanze di contrasto concepite per essere utilizzate nella PET, tecnica di diagnostica medica basata sulla produzione di bioimmagini. “Una volta iniettate, queste molecole vanno a legarsi al target biologico e iniziano a emettere radiazioni”, spiega Colabufo. Nel caso dell’Alzheimer, il bersaglio di riferimento è una proteina chiamata glicoproteina P che si trova nell’interfaccia tra cervello e ambiente esterno. Questa proteina ha la funzione di ripulire il cervello dalla formazione di placche della proteina beta-amiloide, una delle cause conclamate della malattia. In particolare, il radiotracciante sviluppato dai ricercatori baresi è in grado di monitorare lo stato di salute della glicoproteina, evidenziando eventuali malfunzionamenti fino a dieci anni dalla comparsa dei primi sintomi.
“La proteina, infatti, si ammala in forma silente almeno 5-10 anni prima che la sintomatologia diventi evidente”, precisa Colabufo. “Quando smette di funzionare a dovere, nel cervello si sbilancia l’accumulo di beta-amiloide e da lì cominciano i danni neuronali e tutto il resto. Il punto – prosegue il ricercatore - è che quando un paziente arriva in clinica ha già perso il 70% del suo corredo neuronale. Poter monitorare con 10 anni di anticipo le condizioni di questa proteina consente un intervento terapeutico di cristallizzazione molto più efficace”.
Su questo aspetto, in particolare, il gruppo barese ha le idee molto chiare. “Spesso sentiamo dire che non c’è terapia in grado di contrastare l’Alzheimer. Una cura forse già ci sarebbe, solo che deve essere iniziata il più presto possibile e ha bisogno di strumenti di monitoraggio adeguati” (secondo la comunità scientifica, la scarsa efficacia di molti farmaci in fase di sperimentazione è da attribuire al tardivo intervento, ndr).
Per rendere il concetto, il CEO di BioForDrug paragona il cervello umano a una delle opere più maestose mai realizzate dalla nostra specie: la Grande Muraglia cinese. “Lungo la Muraglia ci sono diverse postazioni difensive. Nel caso del cervello, le postazioni sono composte dalla glicoproteina P, che è capace al tempo stesso sia di respingere gli attacchi di sostanze che dall’esterno cercano di entrare nel sistema nervoso centrale, sia di ripulire dall’interno il cervello dalla formazione di placche. In condizioni normali, supponiamo che ci siano cento di queste postazioni. All’inizio della patologia ne sarà fuori uso una ventina. È però possibile, in fase precoce, incentivare le altre ottanta a svolgere l’attività di tutte e cento. Se invece ce ne sono solo trenta funzionanti, ormai è tardi: sobbarcandole di lavoro, si corre il rischio di metterle fuori gioco ancor prima”. Il fatto – continuano i ricercatori – è che esistono dei composti in grado di spronare queste proteine a far sì che non si accumuli placca all’interno del cervello, impedendo così alla malattia di progredire. La variabile tempo, però, è fondamentale.
I composti di BioForDrug, sviluppati in collaborazione con due aziende baresi, Itelpharma e Levanchimica, sono utilizzati da ricercatori olandesi di Groningen e Amsterdam e sono entrati a far parte dell’archivio MICAD dei National Institutes of Health di Bethesda tra i migliori radiotraccianti di frontiera. Dopo aver vinto diversi premi nazionali e internazionali, lo spin-off è al centro di un progetto europeo in cui sono coinvolte tre multinazionali del farmaco, Bayer, Iba e Ciproton, con sperimentazioni già avviate sugli esseri umani.
L’aspetto più allettante di questa tecnologia è la sua capacità di predire quale parte del cervello sarà più suscettibile al progredire della patologia: ad esempio, se si andrà incontro a una rapida perdita della memoria oppure se sarà coinvolto l’aspetto depressivo. “Grazie ai nostri radiotraccianti – spiega il CEO – con l’imaging diagnostico è possibile individuare la zona del cervello maggiormente inficiata dal danno. Avendo a disposizione queste informazioni, si possono intraprendere terapie non solo di cristallizzazione, ma anche di programmazione dell’individuo dal punto di vista psicologico e comportamentale, sicuramente migliorandone di molto aspettative e qualità di vita”.
L’elemento centrale, in ogni caso, è la tempistica con cui avviene la diagnosi. “Una volta arrivati alla fase clinica conclamata della malattia, c’è poco da fare: è già avvenuta una distruzione irreversibile dei neuroni”, ribadisce Colabufo. A quel punto, è come avere una macchina in discesa senza freni che va contro un muro. L’unica possibilità è spostare il muro un po’ più in là, ma ci vuole comunque tempo e la macchina scende molto velocemente”.
A ricordarci l’urgenza di questa sfida ci sono anche i numeri: oggi in Italia la diagnosi di Alzheimer colpisce un milione di pazienti; 40 milioni nel mondo. Si calcola che dal 2015 saranno malati un ottantenne su tre e un settantacinquenne su quattro. Costi insostenibili per qualunque sistema sanitario, senza parlare della sofferenza – quella sì, davvero incalcolabile – per i pazienti e le loro famiglie.
“Siamo consapevoli dell’importanza di questa battaglia”, afferma Colabufo. “Abbiamo concentrato qui tutta la nostra attività scientifica. La decisione di costituirci in spin-off deriva dalla volontà di portare la nostra ricerca a un livello ancora più applicativo”. Al team non sfugge certo la differenza, anche in termini di attrattiva per gli investitori, della sua creatura rispetto alle tante giovani imprese che ogni giorno tentano di farsi strada nel mare magnum del panorama italiano. “A differenza di molte altre startup, soprattutto quelle focalizzate su web e servizi internet, la nostra ha un pregio: non crea nuovi bisogni, ma si sforza di risolvere problemi già esistenti”, argomenta il CEO. “L’investitore che punta su di noi rischia di più in termini di fatturato immediato, ma contribuisce alla risoluzione di drammi reali che affliggono milioni di famiglie”.
da: Galileo






Trovare una strategia efficace per curare e prevenire l’Alzheimer entro il 2025. È questo l’impegno preso dal governo americano nella lotta contro una delle malattie più estenuanti del nostro secolo, piaga quotidiana per 36 milioni di persone nel mondo. Il National Alzheimer’s Project Act, la legge firmata l’anno scorso dal presidente Barack Obama, ha infatti assunto questa settimana i connotati di un piano. Cinque i punti, di cui il primo suona forte e chiaro: fare in modo che tra massimo tredici anni l’Alzheimer sia prevenibile e curabile.
Non la pensa così Howard Koh, sottosegretario del Dipartimento della Salute. “Vogliamo dimostrare che come Paese ci stiamo impegnando a risolvere questo problema. Oggi più di 5 milioni di americani soffrono di Alzheimer e il numero dei pazienti è destinato ad aumentare”. Sul fronte dei positivi ci sono anche le associazioni, tra cui Alz.org: “Il National Alzheimer’s Project creerà un piano coordinato per superare la crisi provocata da questa malattia. Assicurerà il coordinamento e la valutazione di tutti gli sforzi della ricerca nazionale e non solo”.
Una pillola della sobrietà, in grado di limitare gli effetti di una sbronza e dire addio al “cerchio alla testa” del giorno dopo. È quanto sostengono di aver trovato dei ricercatori della University of California di Los Angeles, che sono andati a scavare nei segreti della medicina cinese per uscirsene con una molecola che – secondo loro – potrebbe aiutare i bevitori più incalliti e arginare in qualche modo la piaga dell’alcolismo.
A questo punto, però, gli studiosi si dividono sull’utilità o meno di questa scoperta. Per David Nutt dell’Imperial College of London “lo studio supporta l’idea che i recettori GABA siano la chiave con cui agisce l’alcol, e che quindi prendere di mira questa interazione rappresenti un valido approccio per ridurre il consumo di bevande alcoliche”. “Resta da sperare – ha commentato parlando con il New Scientist – che il suo uso sia sicuro per gli esseri umani”.
Il modello che ne deriva è abbastanza complicato: a costituirlo sono cinque categorie percettive di vocalizzi, ognuna analizzata secondo undici parametri acustici. Il succo, però, è abbastanza semplice, una volta determinata la scala dell’intensità del capriccio e della sua melodia: al primo posto ci sono le urla, seguite da grida, pianti, lamenti e mugolii. Gli ultimi tre vocalizzi (quelli più “melodici”) sono tipici del distress, mentre i primi due danno sfogo alla rabbia più nera. Lo scopo del genitore – va da sé – è uscire quanto prima da questa fase e fare in modo che il bambino torni “gestibile” e “consolabile”.
Sconfiggere i tumori puntando sulla loro golosità di zuccheri, ingannandoli fino a spingerli al suicidio. È questo il principio con cui un gruppo di ricerca statunitense e giapponese vorrebbe inaugurare un approccio completamente nuovo nel trattamento di diversi tipi di cancro. Lo studio, descritto sulle pagine di 
“