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04

Jul

Alzheimer e diagnosi precoce, Italia in prima fila

La malattia neurodegenerativa mette radici nel cervello fino a dieci anni prima dalla comparsa dei sintomi. Se presa in anticipo, può essere contrastata. In pole position, in questa corsa contro il tempo, c’è BioForDrug, spin-off dell’Università di Bari

di Giulia Belardelli

“Nella lotta contro l’Alzheimer, la via maestra non può che essere la diagnosi precoce”. Ne è convinto, insieme a moltissimi colleghi, Nicola Colabufo, professore associato di Chimica farmaceutica all’Università degli Studi Aldo Moro di Bari. Con altri quattro docenti universitari, Colabufo ha messo in piedi quello che lui stesso definisce “un atto di coraggio e fiducia nelle proprie idee”: uno spin-off universitario, embrione di una company la cui missione è, appunto, sconfiggere l’Alzheimer battendolo sul tempo.

La specialità dello spin-off barese, chiamato BioForDrug, consiste nei radiotraccianti, sostanze di contrasto concepite per essere utilizzate nella PET, tecnica di diagnostica medica basata sulla produzione di bioimmagini. “Una volta iniettate, queste molecole vanno a legarsi al target biologico e iniziano a emettere radiazioni”, spiega Colabufo. Nel caso dell’Alzheimer, il bersaglio di riferimento è una proteina chiamata glicoproteina P che si trova nell’interfaccia tra cervello e ambiente esterno. Questa proteina ha la funzione di ripulire il cervello dalla formazione di placche della proteina beta-amiloide, una delle cause conclamate della malattia. In particolare, il radiotracciante sviluppato dai ricercatori baresi è in grado di monitorare lo stato di salute della glicoproteina, evidenziando eventuali malfunzionamenti fino a dieci anni dalla comparsa dei primi sintomi.

“La proteina, infatti, si ammala in forma silente almeno 5-10 anni prima che la sintomatologia diventi evidente”, precisa Colabufo. “Quando smette di funzionare a dovere, nel cervello si sbilancia l’accumulo di beta-amiloide e da lì cominciano i danni neuronali e tutto il resto. Il punto – prosegue il ricercatore - è che quando un paziente arriva in clinica ha già perso il 70% del suo corredo neuronale. Poter monitorare con 10 anni di anticipo le condizioni di questa proteina consente un intervento terapeutico di cristallizzazione molto più efficace”.

Su questo aspetto, in particolare, il gruppo barese ha le idee molto chiare. “Spesso sentiamo dire che non c’è terapia in grado di contrastare l’Alzheimer. Una cura forse già ci sarebbe, solo che deve essere iniziata il più presto possibile e ha bisogno di strumenti di monitoraggio adeguati” (secondo la comunità scientifica, la scarsa efficacia di molti farmaci in fase di sperimentazione è da attribuire al tardivo intervento, ndr).

Per rendere il concetto, il CEO di BioForDrug paragona il cervello umano a una delle opere più maestose mai realizzate dalla nostra specie: la Grande Muraglia cinese. “Lungo la Muraglia ci sono diverse postazioni difensive. Nel caso del cervello, le postazioni sono composte dalla glicoproteina P, che è capace al tempo stesso sia di respingere gli attacchi di sostanze che dall’esterno cercano di entrare nel sistema nervoso centrale, sia di ripulire dall’interno il cervello dalla formazione di placche. In condizioni normali, supponiamo che ci siano cento di queste postazioni. All’inizio della patologia ne sarà fuori uso una ventina. È però possibile, in fase precoce, incentivare le altre ottanta a svolgere l’attività di tutte e cento. Se invece ce ne sono solo trenta funzionanti, ormai è tardi: sobbarcandole di lavoro, si corre il rischio di metterle fuori gioco ancor prima”. Il fatto – continuano i ricercatori – è che esistono dei composti in grado di spronare queste proteine a far sì che non si accumuli placca all’interno del cervello, impedendo così alla malattia di progredire. La variabile tempo, però, è fondamentale.

I composti di BioForDrug, sviluppati in collaborazione con due aziende baresi, Itelpharma e Levanchimica, sono utilizzati da ricercatori olandesi di Groningen e Amsterdam e sono entrati a far parte dell’archivio MICAD dei National Institutes of Health di Bethesda tra i migliori radiotraccianti di frontiera. Dopo aver vinto diversi premi nazionali e internazionali, lo spin-off è al centro di un progetto europeo in cui sono coinvolte tre multinazionali del farmaco, Bayer, Iba e Ciproton, con sperimentazioni già avviate sugli esseri umani.

L’aspetto più allettante di questa tecnologia è la sua capacità di predire quale parte del cervello sarà più suscettibile al progredire della patologia: ad esempio, se si andrà incontro a una rapida perdita della memoria oppure se sarà coinvolto l’aspetto depressivo. “Grazie ai nostri radiotraccianti – spiega il CEO – con l’imaging diagnostico è possibile individuare la zona del cervello maggiormente inficiata dal danno. Avendo a disposizione queste informazioni, si possono intraprendere terapie non solo di cristallizzazione, ma anche di programmazione dell’individuo dal punto di vista psicologico e comportamentale, sicuramente migliorandone di molto aspettative e qualità di vita”.

L’elemento centrale, in ogni caso, è la tempistica con cui avviene la diagnosi. “Una volta arrivati alla fase clinica conclamata della malattia, c’è poco da fare: è già avvenuta una distruzione irreversibile dei neuroni”, ribadisce Colabufo. A quel punto, è come avere una macchina in discesa senza freni che va contro un muro. L’unica possibilità è spostare il muro un po’ più in là, ma ci vuole comunque tempo e la macchina scende molto velocemente”.

A ricordarci l’urgenza di questa sfida ci sono anche i numeri: oggi in Italia la diagnosi di Alzheimer colpisce un milione di pazienti; 40 milioni nel mondo. Si calcola che dal 2015 saranno malati un ottantenne su tre e un settantacinquenne su quattro. Costi insostenibili per qualunque sistema sanitario, senza parlare della sofferenza – quella sì, davvero incalcolabile – per i pazienti e le loro famiglie.

“Siamo consapevoli dell’importanza di questa battaglia”, afferma Colabufo. “Abbiamo concentrato qui tutta la nostra attività scientifica. La decisione di costituirci in spin-off deriva dalla volontà di portare la nostra ricerca a un livello ancora più applicativo”. Al team non sfugge certo la differenza, anche in termini di attrattiva per gli investitori, della sua creatura rispetto alle tante giovani imprese che ogni giorno tentano di farsi strada nel mare magnum del panorama italiano. “A differenza di molte altre startup, soprattutto quelle focalizzate su web e servizi internet, la nostra ha un pregio: non crea nuovi bisogni, ma si sforza di risolvere problemi già esistenti”, argomenta il CEO. “L’investitore che punta su di noi rischia di più in termini di fatturato immediato, ma contribuisce alla risoluzione di drammi reali che affliggono milioni di famiglie”.

da: Galileo

16

May

Buone notizie dalle neuroscienze applicate. Un dispositivo sperimentale, realizzato dai ricercatori della Brown University, ha permesso a una donna paralizzata da 15 anni di afferrare un bicchiere e bere da sola guidando con il pensiero un braccio robotico. La sperimentazione, finanziata dai National Institutes of Health, rappresenta il punto finora più evoluto di ciò che è possibile ottenere tramite un sistema di interfaccia cervello-computer. BrainGate è impiantato nella testa dei partecipanti e funziona catturando i segnali che guidano il movimento intenzionale.

Credit: Brown University/Braingate2.org

21

Jan

Stati Uniti, guerra all’Alzheimer: “cure e prevenzione entro il 2025”

Il Dipartimento della Salute ha tracciato il piano con cui spera di battere la malattia entro i prossimi tredici anni. Diagnosi preventiva e percorsi più agevoli alla sperimentazione clinica. Ma alcuni criticano: “La scadenza è troppo vicina, sono sforzi di facciata”

di Giulia Belardelli

Trovare una strategia efficace per curare e prevenire l’Alzheimer entro il 2025. È questo l’impegno preso dal governo americano nella lotta contro una delle malattie più estenuanti del nostro secolo, piaga quotidiana per 36 milioni di persone nel mondo. Il National Alzheimer’s Project Act, la legge firmata l’anno scorso dal presidente Barack Obama, ha infatti assunto questa settimana i connotati di un piano. Cinque i punti, di cui il primo suona forte e chiaro: fare in modo che tra massimo tredici anni l’Alzheimer sia prevenibile e curabile.

L’annuncio è stato accolto con gioia da organizzazioni importanti come l’Alzheimer’s Association e USAgainstAlzheimer, che da tempo fanno pressioni sul Congresso e sulla Casa Bianca per arrivare a qualcosa di concreto. Non mancano, però, alcune voci critiche che ritengono “pericolosamente irrealistico” l’orizzonte temporale stabilito dal Dipartimento della Salute. Né per la lotta al cancro né per quella all’AIDS erano state date delle “deadline”, soprattutto non così strette. Al momento, poi, il piano non specifica l’entità dei prossimi finanziamenti, ma fa leva soprattutto sul coordinamento delle forze esistenti e sulla condivisione delle conoscenze.

Come si legge nella bozza diffusa su internet, il National Alzheimer’s Project Act parte dalla consapevolezza che ogni giorno ricercatori sparsi nel mondo aggiungono nuovi pezzetti alla nostra comprensione delle cause e delle possibili strategie di prevenzione e trattamento. La parte difficile, in molti casi, è portare in clinica le idee. Per questo – spiegano i relatori - “il Dipartimento della Salute si impegna a dare la priorità e ad accelerare il percorso della ricerca, assicurandosi che gli approcci più promettenti vengano tradotti rapidamente in sperimentazioni cliniche ed, eventualmente, messi a regime”.

Il come verrà deciso in itinere, una volta stabilite “priorità e pietre miliari” nel corso di un grande summit che si terrà a maggio al National Institute on Aging di Bethesda, in Maryland. Di certo si insisterà molto sull’identificazione dei meccanismi molecolari e cellulari della malattia e sulla ricerca genetica dei fattori di rischio e protezione. Grande attenzione sarà data alla questione dei biomarcatori, indizi capaci di dire se una persona si sta ammalando fino a dieci anni prima della comparsa dei primi sintomi. Lo scopo qui è duplice: da un lato promuovere la diagnosi precoce, così da provare i trattamenti su pazienti la cui memoria non abbia ancora iniziato a vacillare; dall’altro identificare strategie di prevenzione e trattamento capaci, se non altro, di rallentare di molto la progressione della malattia.

AMILOIDE BETA E TAU, I BERSAGLI DELLA RICERCA

Il secondo e il terzo punto sono più di “ordine interno”: si tratta, innanzitutto, di migliorare qualità ed efficienza dei servizi di assistenza, supportando i pazienti e le famiglie in un percorso difficile sempre, ma soprattutto per chi non gode della copertura assicurativa ed è troppo giovane per rientrare nel programma pubblico dedicato agli anziani, il Medicare. Gli ultimi due punti, infine, sono dedicati alla sensibilizzazione pubblica e all’adozione di sistemi più funzionali per monitorare i progressi ottenuti.

Non a tutti, però, è piaciuta l’idea di una “deadline” così vicina. Gli argomenti si possono ridurre a uno: la natura della scienza è imprevedibile, si fanno progressi e si continua a lottare anche (e forse meglio) senza il ticchettio di un orologio. La pensa così, ad esempio, Sam Gandy, esperto di Alzheimer al Mount Sinai Hospital di New York. “È sempre utile attirare l’attenzione su una determinata malattia, ma ho paura che sforzi come questo siano più di facciata che altro”, ha dichiarato a HealthDay. Per Gandy, l’orizzonte del 2025 è “di gran lunga ottimistico: dal mio punto di vista, si corre il rischio di far passare l’idea di un fallimento, nel caso in cui entro tredici anni non dovessimo aver trovato una cura”.

I critici sottolineano che una scadenza così immediata è una novità rispetto alle precedenti “dichiarazioni di guerra” in campo medico. Il riferimento è alla lotta al cancro, lanciata nel 1971 dall’allora presidente Richard Nixon con la firma del National Cancer Act, una legge in cui si prometteva che alla ricerca sui tumori sarebbero stati destinati gli stessi fondi impiegati per la fissione nucleare. Nessun riferimento a date o scadenze specifiche. Stesso discorso per la lotta all’AIDS: ci sono voluti trent’anni di ricerca prima che il segretario di Stato Hillary Clinton si azzardasse a stabilire l’anno (il 2015) in cui dovrebbe nascere la prima generazione libera dal fardello della trasmissione del virus da madre a figlio.

Nel caso dell’Alzheimer, un aspetto particolarmente problematico riguarda la durata delle sperimentazioni cliniche. Come si è detto, infatti, la malattia può svilupparsi silenziosamente anche quindici/venti anni prima della comparsa dei sintomi. “Il che significa – ha spiegato ancora Gandy – che anche se avessimo tra le mani oggi tutto ciò che ci serve (fondi, partecipanti, farmaco perfetto) il trial durerebbe comunque una quindicina di anni”. Secondo il neurologo del Mount Sinai, le soluzioni sono ancora lontane e c’è il rischio che una parte dell’industria si scoraggi di fronte ai tanti fallimenti che ci sono già stati.

Non la pensa così Howard Koh, sottosegretario del Dipartimento della Salute. “Vogliamo dimostrare che come Paese ci stiamo impegnando a risolvere questo problema. Oggi più di 5 milioni di americani soffrono di Alzheimer e il numero dei pazienti è destinato ad aumentare”. Sul fronte dei positivi ci sono anche le associazioni, tra cui Alz.org: “Il National Alzheimer’s Project creerà un piano coordinato per superare la crisi provocata da questa malattia. Assicurerà il coordinamento e la valutazione di tutti gli sforzi della ricerca nazionale e non solo”.

L’idea che la chiave possa essere in un maggiore coordinamento è in effetti condivisa da più parti. Vanno in questo senso anche le nuove linee guida della neuropatologia dell’Alzheimer, pubblicate mercoledì scorso sulla rivista “Alzheimer & Dementia”. Le ultime – spiegano i ricercatori – risalivano al 1997 e quindi non tenevano conto di tutte le scoperte che sono state fatte nel frattempo. I nuovi criteri, frutto di uno sforzo congiunto dell’NIH e dell’Alzheimer’s Association, hanno lo scopo di aiutare i patologi a caratterizzare meglio i cambiamenti che avvengono nel cervello delle persone colpite da demenza sia in presenza che in assenza di sintomi. Nella convinzione che le risposte, almeno in parte, siano già sotto i nostri occhi.

da: Repubblica.it

10

Jan

Arriva la pillola anti sbornia. Il segreto in una pianta cinese

Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, dalla pianta dell’uva passa orientale si può estrarre una molecola capace di far passare l’ubriacatura e, nel tempo, dissuadere dal consumo di alcol. Sui ratti funziona, i prossimi saranno gli umani che non reggono un drink

di Giulia Belardelli

Una pillola della sobrietà, in grado di limitare gli effetti di una sbronza e dire addio al “cerchio alla testa” del giorno dopo. È quanto sostengono di aver trovato dei ricercatori della University of California di Los Angeles, che sono andati a scavare nei segreti della medicina cinese per uscirsene con una molecola che – secondo loro – potrebbe aiutare i bevitori più incalliti e arginare in qualche modo la piaga dell’alcolismo.

La molecola “miracolosa” si chiama DHM e deriva da un estratto della pianta orientale dell’uva passa (nome ufficiale Hovenia dulcis), un grande albero originario dell’Asia i cui boccioli assomigliano – per consistenza, sapore e colore – alla nostra uva passa. I cinesi ne conoscono le virtù anti sbornia da più di cinque secoli, e ora gli scienziati americani stanno provando a tirarne fuori un composto capace di trattare dal punto di vista clinico chi ha problemi con l’alcol.

Nello studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience e coordinato dalla biologa molecolare Jing Liang, i ricercatori hanno dimostrato che la molecola DHM funziona come scudo all’intossicazione del cervello da alcol, quanto meno sui ratti ubriachi. Per far sbronzare i poveri animali, Liang e colleghi hanno iniettato nei loro addomi una dose di alcol paragonabile a 15-20 birre in due ore per un essere umano. La prova del nove era vedere quanto tempo ci mettessero ad alzarsi, dopo aver riposato per un po’ in un giaciglio assimilabile a un nostro sofà. I gesti goffi e scoordinati tipici di quando si è ubriachi, si sa, non sono appannaggio solo degli umani.

Senza l’iniezione di DHM, ai ratti occorrevano circa 70 minuti per riprendersi e stare in piedi. Invece, una volta iniettato insieme alla scorpacciata di alcol anche un solo milligrammo della molecola, i loro tempi di reazione diventavano estremamente più rapidi: bastavano solo 5 minuti affinché le cavie recuperassero la loro “compostezza” e apparissero in qualche modo sobri. Lo stesso “effetto-scossa” è stato osservato in un altro esperimento, dove i ratti venivano messi – rigorosamente ubriachi – in un labirinto e poi lasciati schizzare da una parte all’altra. La somministrazione di DHM li faceva smettere di comportarsi in maniera ansiosa e irrazionale, dotandoli di nuovo della lucidità necessaria per esplorare i vari corridoi del labirinto.

L’aspetto che i ricercatori ritengono più rilevante, tuttavia, è un altro. Sembra infatti che la molecola riesca, nel tempo, a disincentivare il consumo di alcol: uno scenario estremamente interessante in un contesto in cui, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, di alcolismo muoiono circa 2,5 milioni di persone all’anno. In un periodo di tre mesi, ratti abituati a grandi quantità di alcol ma trattati con DMH hanno spostato le loro preferenze dalle bevande alcoliche a drink analcolici addolciti. Tutti i benefici della molecola sparivano improvvisamente quando agli animali veniva somministrato un farmaco chiamato flumazenil, noto per la sua capacità di bloccare nel cervello i recettori di un neurotrasmettitore denominato GABA. Secondo gli autori, ciò dimostra che DHM funziona impedendo all’alcol di accedere a questi recettori, pur essendo ampiamente presente nel sangue.

Nel prossimo futuro il gruppo di Liang sperimenterà un preparato contenente DHM anche sugli esseri umani. I prescelti - ha spiegato la ricercatrice – saranno “bevitori problematici che non reggono il fatto di andare in un pub a bere”. Secondo le sue previsioni, “la molecola ridurrà il loro grado di ubriachezza e limiterà i sintomi dell’hangover”.

A questo punto, però, gli studiosi si dividono sull’utilità o meno di questa scoperta. Per David Nutt dell’Imperial College of London “lo studio supporta l’idea che i recettori GABA siano la chiave con cui agisce l’alcol, e che quindi prendere di mira questa interazione rappresenti un valido approccio per ridurre il consumo di bevande alcoliche”. “Resta da sperare – ha commentato parlando con il New Scientist – che il suo uso sia sicuro per gli esseri umani”.

Sul fronte degli scettici c’è invece Markus Heilig, direttore clinico del National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism di Bethesda, in Maryland, che ha ricordato come tempo fa la casa farmaceutica Roche abbia abbandonato lo sviluppo di un composto simile chiamato Ro15-4513. “C’era molta preoccupazione che un antidoto all’alcol avrebbe incoraggiato le persone a bere di più, tranquillizzandole di poter terminare a comando i suoi effetti negativi”. Il composto dimostrò inoltre di avere seri effetti collaterali, tra cui ansia e convulsioni. Un aspetto che, secondo Liang, non dovrebbe riguardare la molecola estratta dall’uva passa orientale, che come si è detto fa parte della medicina cinese tradizionale da almeno cinque secoli.

da: Repubblica.it

11

Dec

Teoria e tecnica del capriccio: il pianto come un temporale

Gli sbalzi d’umore dei bambini sono improvvisi e spesso ci lasciano inermi. Un gruppo di ricerca americano ha provato a indagarne le componenti sonore. Dando un consiglio ai genitori: fatevi da parte e aspettate, come quando fuori tuona

di Giulia Belardelli

Il bambino sta giocando, calmo e beato. A un certo punto qualcosa lo turba: è l’inizio dell’inferno. Pianti, urla e grida disperate. Calci, pugni e una disperazione che sembra inconsolabile. Gli scatti d’ira, o più comunemente i capricci, rappresentano agli occhi degli adulti il lato più imperscrutabile dei loro piccoli simili. Se per i genitori sono fonte di frustrazione e senso di inutilità, per alcuni possono arrivare a essere uno dei deterrenti alla riproduzione. Ecco allora che qualcuno ha pensato di tradurre in scienza i capricci, così da renderli un po’ meno spaventosi e darci l’illusione di poterli gestire. O quanto meno aspettare che passino con il cuore sereno, come si fa con un temporale e altri fenomeni naturali.

Nell’impresa si sono cimentati tre studiosi americani: James A. Green e Pamela G. Whitney, dell’Università del Connecticut, e Michael Potegal, neuropsicologo pediatrico presso l’Università del Minnesota. Dopo essersi sorbiti ore e ore di piagnistei, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che le scenate dei bimbi, lungi dall’essere casuali, sono in realtà riconducibili a modelli e ritmi ben precisi e possono dunque essere considerate materia di scienza a tutti gli effetti. Bocciata la linea dell’interventismo: entro certi limiti, queste esplosioni di emozioni – perché di questo, in fondo, di tratta – devono essere lasciate libere di seguire il loro corso.

“Lo scopo della ricerca – ha spiegato Green, direttore del Dipartimento di Psicologia della UConn – è quello di fornire a genitori e insegnanti degli strumenti più adeguati per rispondere a questi fenomeni, dando allo stesso tempo ai medici una chiave aggiuntiva per distinguere i capricci ordinari dai campanelli d’allarme di eventuali disturbi”. La ricerca, pubblicata sulla rivista Emotion, prende infatti molto sul serio la questione capricci, concentrandosi in particolare sulla loro dimensione acustica. Lo si capisce fin dal titolo: “Urli, grida, lamenti e pianti: differenze categoriche e di intensità nelle espressioni vocali della rabbia e della tristezza negli scatti d’ira dei bambini”. Roba da analisi multivariata, insomma.

Gli studiosi hanno analizzato un corpus di circa 1.300 vocalizzi prodotti da bambini di età compresa tra i due e i tre anni, arrivando a formulare – ha spiegato Potegal - “la più completa teoria quantitativa del capriccio di cui l’umanità disponga”. “Gli sbalzi d’umore dei bambini – ha precisato lo studioso – ci offrono una finestra unica per indagare l’espressione e la regolazione delle emozioni forti. Mentre gli studi sugli adulti si servono di solito del contributo di attori o sono comunque condotti in contesti fittizi, quelli sugli infanti colgono la radice più profonda delle nostre emozioni e del nostro modo di reagire”.

La prima sfida alla costruzione di una teoria del capriccio è stata di tipo tecnico: come raccoglierne, infatti, le varie manifestazioni sonore senza ricorrere all’intermediazione degli adulti, scienziati o genitori che siano? Potegal e colleghi hanno concepito una soluzione piuttosto elegante, cucendo ad apposite tutine una tasca contenente un microfono wireless di alta qualità. Hanno poi collegato il microfono a un registratore: i genitori che hanno partecipato all’esperimento dovevano semplicemente attivare il microfono e comportarsi come al solito; una volta finita l’eventuale crisi di pianto, il loro compito era quello di spegnere il microfono e consegnare la registrazione agli scienziati.

Una volta giunte in laboratorio, le registrazioni sono state esaminate nei minimi dettagli. I risultati hanno convinto gli studiosi a rifiutare il modello “a due-fasi” del capriccio, ossia quello finora più accreditato. “In base a studi passati, che però dipendevano fortemente dai racconti dei genitori, il capriccio era stato descritto come un fenomeno lineare caratterizzato dal susseguirsi di due emozioni: rabbia e tristezza”, ha spiegato Green. Si pensava che la tristezza, più facile da gestire perché in qualche modo consolabile, subentrasse soltanto dopo il picco di rabbia. “In realtà, abbiamo scoperto che queste due emozioni si intrecciano in un modo molto più profondo”, ha aggiunto il neuropsicologo. “La rabbia si lega all’angoscia (distress), un misto di tristezza e ricerca di conforto. La rabbia e il distress sono in realtà più o meno simultanei: i suoni legati a questo secondo tipo di emozione si estendono infatti a tutto il capriccio, anche se in alcuni momenti sono offuscati dai picchi più alti fatti di grida e strilli”.

Il modello che ne deriva è abbastanza complicato: a costituirlo sono cinque categorie percettive di vocalizzi, ognuna analizzata secondo undici parametri acustici. Il succo, però, è abbastanza semplice, una volta determinata la scala dell’intensità del capriccio e della sua melodia: al primo posto ci sono le urla, seguite da grida, pianti, lamenti e mugolii. Gli ultimi tre vocalizzi (quelli più “melodici”) sono tipici del distress, mentre i primi due danno sfogo alla rabbia più nera. Lo scopo del genitore – va da sé – è uscire quanto prima da questa fase e fare in modo che il bambino torni “gestibile” e “consolabile”.

Il trucco per far finire un capriccio il prima possibile – ha commentato Potegal – è far sì che il bimbo superi il picco di rabbia. Una volta passato il peggio, il bambino rimane in uno stato di tristezza ed è quindi più disposto a essere consolato”. Il modo più veloce per agevolare questa transizione è semplicemente non fare nulla. Altrimenti si rischia di cadere nella cosiddetta “trappola della rabbia”, nella quale anche solo il fatto di porre domande al bambino può tradursi in un prolungamento del supplizio.

Quando i bambini sono nel pieno dello scoppio d’ira fargli domande è forse il comportamento più sbagliato”, ha concluso lo studioso. “A quell’età è difficile processare le informazioni. E il fatto di dover rispondere a una domanda del genitore verosimilmente non fa altro che aggiungere più informazioni a un quadro che davvero li sta mettendo in difficoltà”. Meglio quindi aspettare e prendere i capricci e i pianti, anche quelli più disperati, per quello che sono: un fenomeno naturale. Qualcosa che, se osservato con occhio scientifico, può essere in grado di dirci molte cose sul nostro modo di dare un suono alle emozioni più estreme.

da: Repubblica.it

07

Dec

Prendere i tumori per la gola: scoperto lo zucchero li fa suicidare

Secondo uno studio pubblicato su Cancer Research, una molecola modificata di glucosio è in grado di innescare la morte delle cellule tumorali. In laboratorio la tecnica ha dato risultati incoraggianti e ora i ricercatori sperano di portarla presto in clinica

di Giulia Belardelli

Sconfiggere i tumori puntando sulla loro golosità di zuccheri, ingannandoli fino a spingerli al suicidio. È questo il principio con cui un gruppo di ricerca statunitense e giapponese vorrebbe inaugurare un approccio completamente nuovo nel trattamento di diversi tipi di cancro. Lo studio, descritto sulle pagine di Cancer Research, è ancora in fase iniziale, ma per ora suggerisce che sia possibile far suicidare un’ampia gamma di cellule tumorali combinando uno zucchero modificato con due particolari tipi di farmaci. Secondo i ricercatori, il metodo potrebbe essere applicato a vari tumori, dal fegato alla prostata, e rappresentare una “soluzione semplice a malattie complesse”.

“Il nostro approccio si basa sulla combinazione di una specifica molecola di zucchero e un mix di due farmaci capaci di indurre la morte cellulare”, ha spiegato Guy Perkins, ricercatore presso il Centro di Ricerca in Sistemi Biologici della University of California di San Diego. “L’idea, in parole povere, è quella di spingere le cellule tumorali a uccidersi da sole, innescando un processo chiamato apoptosi o morte cellulare programmata”, ha precisato Ryuji Yamaguchi, ricercatore della Kyushu University Medical School di Fukuoka, in Giappone, e co-autore dell’articolo. Il cavallo di Troia che sembrerebbe in grado di “ingannare” il tumore si chiama 2-deossiglucosio (nome in codice: 2-DG) e altro non è che una molecola di zucchero modificata.

La terapia a due fasi proposta da Perkins e Yamaguchi si basa quindi su un concetto abbastanza semplice: privare le cellule cancerogene dello zucchero di cui hanno disperatamente bisogno per alimentare la loro crescita e moltiplicazione. È qui che entra in gioco 2-DG: le cellule tumorali, affamate come sono di zuccheri, la ingurgitano scambiandola per una normale molecola di glucosio, senza accorgersi che in realtà non può essere spezzata per produrre energia. Una volta entrata a casa del nemico, 2-DG ostacola la crescita delle cellule cancerogene e le avvia verso un processo di morte prematura, liberando la strada a una proteina interna (di nome Bak) capace di innescare l’apoptosi.

A questo punto subentra la fase due: le cellule, indebolite da 2-DG, vengono esposte a una coppia di farmaci, ABT-263/737, che dà il segnale definitivo alla proteina Bak di iniziare la morte cellulare. Secondo Perkins e Yamaguchi, solo le cellule cancerogene “sensibilizzate alla morte” dalla molecola modificata 2-DG e poi esposte all’azione di ABT-263/737 subiscono un forte impatto. Le cellule cerebrali sane, anche loro grandi consumatrici di glucosio, sono protette dal momento in cui l’accoppiata di farmaci non può oltrepassare la barriera emato-encefalica (il muro che protegge il tessuto cerebrale da elementi nocivi presenti nel sangue, ndr).

Il primo passo dei ricercatori è stato assicurarsi che le cellule cancerogene in vitro incubate con 2-DG ed esposte a basse concentrazioni dei due farmaci morissero davvero. Poi sono passati agli studi su modelli animali. Hanno così scoperto che la molecola 2-DG, quando iniettata in vivo, si accumulava prevalentemente nelle cellule tumorali che venivano poi uccise dalla somministrazione dei farmaci.

“Questo approccio ha indotto con successo la morte cellulare programmata nella leucemia, nell’epatocarcinoma (neoplasia del fegato, ndr), nel tumore del polmone, del seno e della cervice”, ha detto Yamaguchi. “Ha inoltre causato la morte cellulare a diversi stadi di sviluppo del cancro, incluse forme di tumore alla prostata particolarmente difficili da trattare, chemio-resistenti e con metastasi”. Un altro vantaggio della combinazione di 2-DG e farmaci ABT – sostengono gli scienziati – è quello di lasciare poco spazio a eventuali programmi particolarmente attivi di mutazione genetica delle cellule cancerogene, visto che l’approccio mette in moto una rapida apoptosi per vie interne.

Il trattamento combinato, tuttavia, non funziona per tutte le cellule. “Ci sono alcuni cancri che sono resistenti o in cui un approccio del genere potrebbe provocare una riduzione anormale del livello di linfociti o di piastrine nel sangue”, ha spiegato Yamaguchi. I ricercatori stanno ora sviluppando delle strategie per contrastare questi effetti negativi: un modo potrebbe consistere nell’infusione di cellule staminali ematopoietiche (cioè capaci di dare origine a tutte le cellule del sangue) dopo il trattamento.

Ci vorrà ancora del tempo prima di sapere se l’intuizione dei ricercatori sia giusta oppure no. “Stiamo cercando di avviare una sperimentazione clinica basata su questa combinazione”, ha concluso Yamaguchi. “Sia la molecola 2-DG che il farmaco ABT-263 (Navitoclax) sono già in fase II di sperimentazione, per cui abbiamo sufficienti informazioni sulla sicurezza di queste sostanze. Una volta prese le necessarie misure di precauzione, la terapia combinata potrebbe dimostrarsi un’alternativa efficace ad alcuni trattamenti anti-cancro esistenti. Potremmo insomma aver trovato una soluzione semplice, anche se parziale, a una malattia molto complessa”.

da: Repubblica.it

Pillole anticoncezionali per le suore? Why not

Appello di The Lancet: “Diamo la pillola anticoncezionale alle suore!”. A sostenerlo sulle pagine di una delle principali riviste mediche sono due ricercatori australiani. Secondo gli scienziati, le monache dovrebbero prendere gli anticoncezionali, ovviamente non per evitare le gravidanze ma per ridurre il rischio di sviluppare tumori alle ovaie e all’utero. La tesi è che le suore “paghino un prezzo troppo alto per la loro castità” (un aumento del rischio del 12%) e che quindi abbiano tutto il diritto di prendersi cura della loro salute.

29

Nov

Carne alla griglia e barbecue, quanti rischi per la prostata

Secondo uno studio americano, il consumo di bistecche e hamburger molto cotti potrebbe far duplicare il rischio di carcinoma prostatico. Tutta colpa del grasso che cola e di temperature di cottura troppo elevate

di Giulia Belardelli

L’abitudine a mangiare hamburger ben cotti e bistecche abbrustolite potrebbe tradursi in un rischio più elevato di sviluppare un tumore aggressivo alla prostata. A dare la cattiva notizia agli amanti di griglia e barbecue è uno studio condotto dal Dipartimento di Urologia della University of California di San Francisco, pubblicato su PloS One. Secondo i ricercatori, chi consuma grandi quantità di carne rossa molto cotta – sia al BBQ che alla griglia – potrebbe avere il doppio delle possibilità di ammalarsi di questo tipo di tumore.

Lo studio, guidato dall’urologo Sanoj Punnen, si è basato su 470 persone cui era stato recentemente diagnosticato un tumore aggressivo alla prostata e su 512 soggetti di controllo, tutti reclutati dai principali ospedali e centri di ricerca di Cleveland, in Ohio. Ai partecipanti è stato chiesto di compilare un questionario sulle loro abitudini alimentari durante l’ultimo anno. Il questionario raccoglieva informazioni su vari alimenti, tra cui diversi tipi di carne e la frequenza con cui erano stati consumati. Una parte era invece destinata al consumo di carni al BBQ, alla griglia e al grado di cottura più comunemente scelto.

Dai risultati è emerso che chi era abituato a mangiare due porzioni di hamburger o polpettone alla settimana aveva un rischio più che doppio di sviluppare un tumore aggressivo alla prostata rispetto a chi non ne consumava affatto. Secondo gli studiosi, la “colpa” non sarebbe tanto della carne in sé, quanto piuttosto della tecnica e del grado di cottura. A ben vedere, infatti, il rischio di cancro era doppio per quegli uomini che nel questionario avevano confessato di mangiare abitualmente hamburger e bistecche “ben cotte”, mentre l’aumento era decisamente più modesto (circa del 12%) per coloro che avevano risposto di essere più avvezzi alla “cottura al sangue” o “media”.

L’idea che ciò che mangiamo possa influenzare in qualche modo le probabilità di sviluppare il carcinoma prostatico non è nuova. “Negli ultimi anni – ha spiegato Punnen - sono stati condotti numerosi studi epidemiologici con l’obiettivo di valutare l’impatto dei fattori alimentari su questi tumori”. Quelli focalizzati sul consumo di carne, però, hanno dato spesso risultati contrastanti. In alcuni casi, infatti, sono state riportate associazioni positive tra il consumo di carne rossa e il rischio di cancro alla prostata. L’esempio più noto è una ricerca condotta dal National Cancer Institute di Rockville, in Maryland, su 175.343 uomini, che aveva registrato una correlazione tra il consumo totale di carne rossa e il tumore alla prostata. Recentemente, tuttavia, una meta-analisi pubblicata sul Nutrition Journal non aveva confermato tali correlazioni, ma solo un’associazione “debole” tra questo tipo di tumore e il consumo di insaccati e/o carne processata.

Secondo Punnen e colleghi, una possibile spiegazione dei risultati spesso discordanti a cui sono arrivate le diverse ricerche può risiedere nel tipo di tumore esaminato. “In particolare, è possibile che l’associazione tra consumo di carne e tumore sia valida solo per cancri aggressivi o in stadio avanzato”, ha precisato l’urologo. Il cancro alla prostata, infatti, è estremamente eterogeneo: alcuni tumori rimangono latenti, mentre altri sono più aggressivi e tendono a progredire rapidamente.

Un’altra spiegazione plausibile, secondo gli studiosi, è che a far aumentare il rischio non sia tanto il consumo di carne in sé, quanto piuttosto il modo in cui è cucinata. Studi recenti, tra cui quello dell’Università di California, si sono quindi focalizzati sul grado di cottura e il livello di carbonizzazione della carne, suggerendo un rischio più elevato per chi mangia abitualmente carni cotte ad alte temperature, come ad esempio alla griglia.

Il meccanismo attraverso il quale il consumo di carne ben cotta potrebbe aumentare il rischio di cancro consiste nel rilascio di composti mutageni durante la fase di cottura. I principali responsabili sembrerebbero essere le ammine eterocicliche e gli idrocarburi policiclici aromatici, composti chimici che si formano quando il muscolo di animali come manzo, maiale, pesce e pollo vengono cucinati a temperature elevate, come in padella o a fiamma alta. Gli idrocarburi aromatici, in particolare, si producono affumicando o grigliando la carne a fiamma diretta. Il grasso che cola sul fuoco genera fiamme contenenti idrocarburi aromatici, che poi vanno a ricoprire la superficie della bistecca o dell’hamburger. Le ammine, invece, si formano da reazioni di creatina e creatinina con amminoacidi e zucchero quando si cuoce a lungo e ad alte temperature.

Lo studio ha alcuni punti deboli, tra cui il fatto di fare affidamento sulla “memoria storica” di ciò che i partecipanti ricordano di aver mangiato. Ciononostante, è considerato un importante passo in avanti nella comprensione del ruolo che questi e altri composti mutageni potrebbero avere nella formazione del tumore prostatico. La speranza è quella di riuscire un giorno a sviluppare strategie di prevenzione che abbiano di mira proprio queste sostanze.

“Dato l’impatto del cancro alla prostata sulla salute pubblica mondiale, l’individuazione di qualsiasi tipo di strategia alimentare e preventiva in grado di ridurne il fardello fisico, emotivo ed economico è da considerarsi estremamente importante”, ha concluso Punnen. I fattori di rischio conosciuti per questo cancro includono l’età, la storia familiare, l’etnicità e diverse varianti genetiche. Sebbene questa neoplasia sia altamente ereditario, le variazioni geografiche nell’incidenza del tumore e l’aumento delle probabilità di ammalarsi per quegli uomini che si trasferiscono da Paesi considerati a “basso rischio” (soprattutto in Asia) a nazioni dove il rischio è più alto (Stati Uniti e Nord Europa) suggeriscono che i fattori ambientali potrebbero giocare un ruolo decisivo nella comparsa di questa malattia al tempo stesso così comune e così complessa.

Negli Stati Uniti, il tumore alla prostata è il cancro più diffuso (fatta eccezione per quelli della pelle) e la seconda causa di morte legata ai tumori per la popolazione maschile. Solo quest’anno, negli Usa sono previsti oltre 33.000 decessi causati dalla neoplasia.

Quanto all’Italia, sono oltre 40.000 gli uomini a cui ogni anno viene diagnosticato un carcinoma prostatico (dati Registro Italiano dei Tumori). Nel nostro Paese ci sono più di 216.000 persone che vivono con una diagnosi di cancro alla prostata. Questo tumore, la cui incidenza aumenta con il prolungarsi dell’aspettativa di vita, può essere facilmente trattato se individuato nelle prime fasi: il tasso di sopravvivenza a 5 anni è dell’88% (dati Rapporto Airtum 2011).

da: Repubblica.it

06

Nov

Medicina estrema sull’Everest: svelati i segreti dell’ipossia

Uno studio condotto su un gruppo di scalatori ha scoperto il ruolo essenziale dell’ossido di azoto nel contrastare la carenza di ossigeno, un fenomeno che riguarda sia gli sportivi d’alta quota che i pazienti colpiti da diverse patologie

di Giulia Belardelli

Spingere il corpo al limite delle sue possibilità non per sport, ma per scoprire nuovi trattamenti in grado di migliorare la vita dei pazienti in condizioni critiche. È questa la missione del CASE Medicine, l’unità speciale della London’s Global University dedicata allo studio della medicina e della fisiologia in ambienti estremi come l’alta montagna, i fondali oceanici e – perché no – anche lo spazio. Gli ultimi risultati pubblicati da questi avventurieri della salute riguardano un esperimento che si è tenuto nella primavera del 2007 sul cucuzzolo del Monte Everest. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, suggerisce l’opportunità di un nuovo tipo di approccio per i pazienti che sperimentano una carenza di ossigeno. La stessa condizione (denominata ipossia) con cui hanno dovuto fare i conti gli alpinisti e gli scalatori della spedizione Caudwell Xtreme Everest, che in nome della scienza si sono fatti fare il primo check up della storia sopra gli 8.400 metri.

Lo studio si è basato sulle analisi del sangue e altri reperti medici collezionati durante le varie fasi della scalata. All’impresa hanno partecipato 198 escursionisti e 24 alpinisti, tra cui numerosi medici e scienziati. Tutti rientravano nella vasta categoria del “lowlander”, vale a dire persone nate e cresciute a quote relativamente basse e dunque non geneticamente selezionate per sopravvivere a quelle altitudini da capogiro. Grazie alle misurazioni effettuate dai colleghi della University of Warwick, i ricercatori sono giunti alla conclusione che il grande protagonista del processo che consente al corpo umano di adattarsi alla carenza di ossigeno è un composto chimico chiamato ossido di azoto. L’idea, dunque, è che i malati colpiti da ipossia possano trarre grandi benefici da farmaci e procedure – in parte già esistenti – in grado di incentivare la produzione di questo composto.

L’ipossia è una condizione che affligge moltissime persone che hanno problemi ai polmoni, al cuore, al sistema circolatorio o ai globuli rossi”, ha spiegato Denny Levett, vicedirettrice di Caudwell Xtreme Everest. L’ossigeno, infatti, forma circa il 21% dell’aria che respiriamo ed è la parte essenziale per la vita umana. Ciascuna delle milioni di cellule che compongono il nostro corpo ha un continuo bisogno di ossigeno per generare energia e tenersi viva. “Una mancanza di ossigeno provoca il deterioramento e, alla lunga, la morte delle cellule”, ha aggiunto la ricercatrice. “Essendo il risultato di diverse malattie e malfunzionamenti, l’ipossia riguarda un numero enorme di malati sia negli ospedali che a casa. Finora i modi più efficaci per trattarla sono stati fondamentalmente due: l’amministrazione di ossigeno tramite maschere e l’utilizzo di ventilatori meccanici, un processo delicato che deve essere gestito da personale specializzato all’interno di un’unità di terapia intensiva”.

Quando si sale ad alta quota, invece, è la disponibilità di ossigeno nell’aria a essere fortemente ridotta. “L’ossigeno diventa sempre più scarso durante l’ascesa, fino a livelli che rendono quasi impossibile la vita”, ha spiegato ancora Levett. “Per questo gli scalatori hanno bisogno di partite extra di ossigeno, un po’ come i malati. La cosa bella, però, è che se si affronta la salita in modo graduale il nostro corpo è capace di adattarsi all’ipossia in un processo conosciuto come acclimatamento”.

Per la prima volta, dunque, i ricercatori del CASE Medicine e della University of Warwick sono riusciti a comprendere meglio i cambiamenti molecolari che sottendono questo fenomeno di adattamento. L’osservazione più rilevante riguarda appunto l’ossido di azoto, un composto prodotto virtualmente da ogni cellula del corpo e deputato a diverse funzioni tra cui la regolazione della pressione sanguigna, l’apprendimento e la formazione della memoria e la protezione dalle malattie infettive. A quanto pare nei “lowlander” che si sono avventurati sull’Everest la produzione e l’attività dell’ossido di azoto hanno subìto una vera e propria impennata che ha provocato cambiamenti nel flusso sanguigno anche nei vasi più piccoli. Consisterebbe in questo, dunque, uno dei segreti dell’acclimatamento.

I risultati sono coerenti con altri studi effettuati sugli abitanti dell’Altopiano del Tibet, dai quali era emerso come queste persone abbiano livelli di ossido di azoto superiori rispetto a chi vive ad altitudini più basse”, ha detto Martin Feelisch, professore di Medicina Sperimentale e Biologia Integrativa alla Warwick Medical School e responsabile del lavoro analitico. L’insieme di queste rilevazioni ha convinto i ricercatori britannici del fatto che la somministrazione di farmaci e trattamenti in grado di favorire la produzione di questo composto possa rappresentare una strada più promettente e meno invasiva verso il recupero e il miglioramento della qualità della vita dei pazienti in condizioni critiche.

Con la missione Caudwell Xtreme Everest siamo riusciti a dimostrare che la risposta naturale dell’organismo alla scarsità di ossigeno consiste nell’aumento della produzione di ossido di azoto”, ha concluso Feelisch. “Negli anni che verranno, potremmo assistere all’avvento di una nuova era per quel che riguarda i trattamenti di emergenza e le cure intensive”. Per gli esperti del CASE Medicine, infine, si tratta di un’ulteriore conferma del fatto che studiare le reazioni del corpo umano in ambienti estremi può essere – oltre che un po’ folle – estremamente utile. Al di là del progetto Everest, infatti, il gruppo è impegnato in programmi che esplorano virtualmente tutti gli aspetti del possibile. Ci sono progetti in collaborazione con la NASA per indagare le interazioni geni-ambiente (microgravità) e lo sviluppo di nuove tecnologie mediche, così come programmi di ricerca iperbarica, subacquea, aerea e a temperature estreme. Tutto nella convinzione che “lo studio dei sistemi umani portati vicino al punto di rottura possa fare la differenza nella nostra capacità di capire e aiutare i malati critici”.

da: Repubblica.it

05

Oct

Oggi è la giornata dedicata alle terapie basate sulle cellule staminali. Un video della Irish Stem Cell Foundation ci ricorda cosa sono queste cellule, come funzionano e perché sono così importanti per la ricerca del futuro.

Da Punctuated Equilibrium del Guardian: “La ricerca sulle cellule staminali potrebbe fornire trattamenti o cure promettenti per più di 70 malattie incurabili, condizioni genetiche e traumi, tra cui una varietà di tumori, lesioni del midollo spianale, Alzheimer e Parkinson, sclerosi laterale amiotrofica, malattie cardiache e artrite”.