Giulia Belardelli

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July 2012

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Olimpiadi e doping genetico. La tentazione del super atleta
 Ormai sono note oltre 200 mutazioni genetiche associate all’eccellenza nello sport. Alcuni campioni le hanno per natura, altri cercano di sopperire come possono. L’Agenzia Mondiale Anti-Doping è in allerta: barare con la terapia genica, in teoria, è già possibile… di Giulia Belardelli

Il muscolo è perfettamente teso, la concentrazione al massimo, cristallizzata in uno sguardo. Nello spazio di quei cento metri c’è tutto: un viaggio nel tempo, anni di vita. Ciò che più incanta nello sport è questa dedizione quasi ossessiva, il coraggio del fallimento, la bellezza anche fisica di tanta determinazione. Di fronte a uno spettacolo del genere, difficilmente ci si ferma a pensare a ciò che non si vede: i geni, quei pezzetti di codice capaci di rendere – ci dice la scienza – il traguardo più o meno vicino a seconda dei casi. A ricordarne il ruolo, in vista dei Giochi Olimpici di Londra, sono due noti genetisti, Juan Enriquez e Steve Gullans, entrambi volti storici di Harvard oggi a capo della Excel Venture Management, società specializzata nel finanziamento di progetti di biotecnologie.

Dal loro punto di vista, ospitato sulle pagine di Nature, è giunto il momento di guardare ai Giochi tenendo presente ciò che la ricerca genetica ci sta svelando negli ultimi anni: che l’eccellenza atletica è frutto (anche) di mutazioni genetiche presenti naturalmente in alcuni individui ma che, in via non soltanto teorica, potrebbero essere indotte tramite precise terapie geniche. Una dimensione che, oltre a investire la complessa questione del doping genetico, suscita interrogativi a catena. È possibile giocare alla pari quando alcuni atleti sono avvantaggiati dal punto di vista genetico? Posto che alcune varianti possono comparire a seguito di terapie mediche, è giusto escludere dalle gare chi ne è entrato in possesso non per doping ma per motivi curativi? E, più in generale, come faranno le Olimpiadi del futuro a tenere il passo con ciò che – più o meno legalmente – la scienza consente di fare?

Il corredo del super atleta. Con l’avanzare della ricerca genetica, gli scienziati hanno finora individuato oltre 200 varianti genetiche associate all’eccellenza atletica. Quasi tutti i velocisti olimpici che siano stati sottoposti a test genetico, ad esempio, sono dotati del fattore 577R, variante del gene ACTN3. Se in Eurasia circa la metà della popolazione ne possiede almeno una copia, tra gli africani la percentuale sale all’85 per cento. Tutti gli altri individui privi del fattore 577R – un miliardo e qualcosa, ironizzano gli studiosi – farebbero bene a riconsiderare le loro aspirazioni olimpiche.

Accanto al “fattore sprint”, Enriquez e Gullans portano come esempio la “variante dello scalatore”, in base alla quale i portatori della mutazione I del gene ACE hanno più possibilità degli altri di scalare senza rimanerci secchi una montagna alta 8 mila metri. Non a caso, la variante I è presente nel 94% degli Sherpa, un gruppo etnico che popola le montagne nepalesi della Valle di Katmandu, e solo nel 45-70% degli appartenenti alle altre etnie. La sua caratteristica fondamentale – spiegano gli scienziati – è quella di aumentare la resistenza. Secondo uno studio condotto su corridori britannici, in effetti, questa variante è più comune tra coloro che si cimentano con le lunghe distanze.

Olimpiadi geneticamente modificate. Se è vero che varianti del genere sono abbastanza comuni tra la popolazione mondiale, è altrettanto verosimile che gli atleti top ne possiedano quantomeno un tesoretto. La previsione dei due autori è che in futuro, via via che più genomi individuali verrano sequenziati, i ricercatori inizieranno a identificare alcune rare mutazioni che differenziano i veri super campioni dagli altri atleti di livello mondiale.

Ad esempio, parte del successo di Eero Mäntyranta, storico fondista finlandese, potrebbe essere dovuta a una mutazione naturale del gene EPOR che gli avrebbe consentito di produrre globuli rossi in esubero, aumentando così la sua capacità di incamerare ossigeno del 25-50 per cento.

Per Enriquez e Gullans, ci troviamo di fronte a tre possibili scenari. “I Giochi – spiegano - potrebbero tranquillamente mantenere il loro volto secolare, quello di una vetrina di atleti nati con vantaggi genetici. Un’altra possibilità riguarderebbe l’introduzione di ostacoli con cui livellare il terreno di gioco tra portatori e non dei geni olimpici”. La terza opzione (più estrema ma senz’altro possibile, assicurano gli autori) è di permettere agli atleti meno favoriti dalla “lotteria genetica” di “aggiornare il loro corredo tramite terapia genica”. Una pratica che però sfiora i confini del doping.

Doping genetico, il fenomeno e le sfide. Secondo la definizione che ne dà la World Anti-Doping Agency (WADA), il doping genetico è “l’uso non terapeutico di cellule, geni ed elementi genetici o della modulazione dell’espressione di geni aventi la capacità di migliorare le performance atletiche”. In sostanza ci si riferisce a scenari – per ora mai documentati ma teoricamente già possibili – in cui una terapia genica venga utilizzata per, poniamo, aumentare la crescita muscolare, la produzione di cellule del sangue o la percezione del dolore, il tutto in assenza di una causa medica.

A Trieste, presso la sede italiana dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology, c’è un gruppo di ricercatori incaricato dalla WADA di far luce sul fenomeno, individuando anche possibili modi per controllare gli atleti. “Ci occupiamo di trasferimento di geni per infarto del miocardio e scompenso cardiaco, le due principali cause di morte al mondo e per le quali non ci sono nuovi farmaci da almeno vent’anni”, spiega a Repubblica.it Mauro Giacca, il direttore del Centro. “Una delle nuove grandi strategie per queste malattie è quella di trasferire nel cuore dei geni che possano sostenere la funzione cardiaca. Utilizziamo piccoli virus modificati (chiamati vettori AAV) che sono molto efficaci per veicolare questi geni”. Fin qui nulla di strano. “Il punto – aggiunge Giacca – è che questi vettori AAV non funzionano benissimo solo nel cuore, ma anche nei muscoli scheletrici. Tra questi, in particolare, c’è il fattore di crescita IGF-1 che, se messo nel muscolo, ne causa un’enorme ipertrofia. Se prendiamo un animale e gli iniettiamo uno dei nostri fattori nel muscolo, questo diventa un super nuotatore, un super corridore e così via. Posso solo dire che l’aumento delle prestazioni è stupefacente: limitatamente al nuoto, i topi geneticamente dopati resistono almeno tre volte più degli altri”.

Un rischio non lontano. “Non credo che il doping genetico sia una minaccia già nelle Olimpiadi di Londra, anche se ci siamo volto vicini”, sintetizza Giacca. “La terapia genica è ancora difficile da produrre: richiede laboratori altamente specializzati. Finora uno scenario di doping genetico è immaginabile solo come doping di Stato, una situazione simile a quella che si verificò nella Germania orientale con gli ormoni negli anni Settanta. Bisogna dire però che la terapia genica, soprattutto con questi vettori AAV, sta avendo molto successo clinico e ci sono sempre più company private specializzate nella loro produzione. Non è molto lontano il momento in cui il rischio diventerà concreto, per questo la WADA fa bene e premunirsi”.

Il problema dei controlli. Come faranno i funzionari dei Giochi a distinguere tra varianti genetiche naturali e indotte? La sfida è particolarmente difficile perché sostanze di questo tipo non sono rintracciabili tramite un semplice esame del sangue o delle urine: è necessaria una biopsia muscolare, anche se i ricercatori dell’ICGEB sono al lavoro per verificare la possibilità di pizzicare eventuali atleti geneticamente dopati monitorando il loro RNA. Ad oggi, a causa della diversità biologica naturale tra gli individui, è problematica persino la verifica del genere. Lo sa bene l’atleta sudaficana Caster Semenya, accettata alle Olimpiadi di Londra sulla base del test del testosterone, pur da più parti considerato un parametro discriminatorio e poco fondato dal punto di vista biologico. Per questo Enriquez e Gullans ipotizzano una prima stagione di misure fin troppo rigide, cui però potrebbe seguire un dibattito più maturo su questioni bioetiche molto delicate.

Assisteremo un giorno davvero all’avvento di Olimpiadi geneticamente modificate? “Se da un lato è presto per dirlo, dall’altro è vero che le tradizioni olimpiche hanno intrapreso cambiamenti paragonabili a quelli delle ere geologiche”, commenta ancora Enriquez. “Basti pensare che c’è stato un tempo in cui alle donne era permesso di competere solo nel tennis, nel golf e nel croquet. È molto probabile – prosegue il genetista – che nei primi tempi i responsabili delle Olimpiadi cerchino di impedire il doping genetico introducendo una serie di regole draconiane contro la modificazione genetica tout court. Questa ipotesi, però, apre infinite porte ai paradossi: a un bambino che da piccolo è stato curato da anemia mediterranea tramite terapia genica sarà per sempre precluso il sogno di un’Olimpiade?”. Per fortuna – conclude lo studioso – lo sport porta spesso con sé il sapore della favola. Un assaggio ce lo regalerà ancora una volta il sudafricano Oscar Pistorius, quando a Londra volerà sulle sue ali di fibra di carbonio per passare la staffetta ai suoi compagni di squadra. Anche la sua storia, d’altronde, rientra nel dibattito sul cosiddetto potenziamento umano.

da: Repubblica.it

Jul 25, 2012
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Jul 4, 20121 note
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Alzheimer e diagnosi precoce, Italia in prima fila
La malattia neurodegenerativa mette radici nel cervello fino a dieci anni prima dalla comparsa dei sintomi. Se presa in anticipo, può essere contrastata. In pole position, in questa corsa contro il tempo, c’è BioForDrug, spin-off dell’Università di Bari di Giulia Belardelli

“Nella lotta contro l’Alzheimer, la via maestra non può che essere la diagnosi precoce”. Ne è convinto, insieme a moltissimi colleghi, Nicola Colabufo, professore associato di Chimica farmaceutica all’Università degli Studi Aldo Moro di Bari. Con altri quattro docenti universitari, Colabufo ha messo in piedi quello che lui stesso definisce “un atto di coraggio e fiducia nelle proprie idee”: uno spin-off universitario, embrione di una company la cui missione è, appunto, sconfiggere l’Alzheimer battendolo sul tempo.

La specialità dello spin-off barese, chiamato BioForDrug, consiste nei radiotraccianti, sostanze di contrasto concepite per essere utilizzate nella PET, tecnica di diagnostica medica basata sulla produzione di bioimmagini. “Una volta iniettate, queste molecole vanno a legarsi al target biologico e iniziano a emettere radiazioni”, spiega Colabufo. Nel caso dell’Alzheimer, il bersaglio di riferimento è una proteina chiamata glicoproteina P che si trova nell’interfaccia tra cervello e ambiente esterno. Questa proteina ha la funzione di ripulire il cervello dalla formazione di placche della proteina beta-amiloide, una delle cause conclamate della malattia. In particolare, il radiotracciante sviluppato dai ricercatori baresi è in grado di monitorare lo stato di salute della glicoproteina, evidenziando eventuali malfunzionamenti fino a dieci anni dalla comparsa dei primi sintomi.

“La proteina, infatti, si ammala in forma silente almeno 5-10 anni prima che la sintomatologia diventi evidente”, precisa Colabufo. “Quando smette di funzionare a dovere, nel cervello si sbilancia l’accumulo di beta-amiloide e da lì cominciano i danni neuronali e tutto il resto. Il punto – prosegue il ricercatore - è che quando un paziente arriva in clinica ha già perso il 70% del suo corredo neuronale. Poter monitorare con 10 anni di anticipo le condizioni di questa proteina consente un intervento terapeutico di cristallizzazione molto più efficace”.

Su questo aspetto, in particolare, il gruppo barese ha le idee molto chiare. “Spesso sentiamo dire che non c’è terapia in grado di contrastare l’Alzheimer. Una cura forse già ci sarebbe, solo che deve essere iniziata il più presto possibile e ha bisogno di strumenti di monitoraggio adeguati” (secondo la comunità scientifica, la scarsa efficacia di molti farmaci in fase di sperimentazione è da attribuire al tardivo intervento, ndr).

Per rendere il concetto, il CEO di BioForDrug paragona il cervello umano a una delle opere più maestose mai realizzate dalla nostra specie: la Grande Muraglia cinese. “Lungo la Muraglia ci sono diverse postazioni difensive. Nel caso del cervello, le postazioni sono composte dalla glicoproteina P, che è capace al tempo stesso sia di respingere gli attacchi di sostanze che dall’esterno cercano di entrare nel sistema nervoso centrale, sia di ripulire dall’interno il cervello dalla formazione di placche. In condizioni normali, supponiamo che ci siano cento di queste postazioni. All’inizio della patologia ne sarà fuori uso una ventina. È però possibile, in fase precoce, incentivare le altre ottanta a svolgere l’attività di tutte e cento. Se invece ce ne sono solo trenta funzionanti, ormai è tardi: sobbarcandole di lavoro, si corre il rischio di metterle fuori gioco ancor prima”. Il fatto – continuano i ricercatori – è che esistono dei composti in grado di spronare queste proteine a far sì che non si accumuli placca all’interno del cervello, impedendo così alla malattia di progredire. La variabile tempo, però, è fondamentale.

I composti di BioForDrug, sviluppati in collaborazione con due aziende baresi, Itelpharma e Levanchimica, sono utilizzati da ricercatori olandesi di Groningen e Amsterdam e sono entrati a far parte dell’archivio MICAD dei National Institutes of Health di Bethesda tra i migliori radiotraccianti di frontiera. Dopo aver vinto diversi premi nazionali e internazionali, lo spin-off è al centro di un progetto europeo in cui sono coinvolte tre multinazionali del farmaco, Bayer, Iba e Ciproton, con sperimentazioni già avviate sugli esseri umani.

L’aspetto più allettante di questa tecnologia è la sua capacità di predire quale parte del cervello sarà più suscettibile al progredire della patologia: ad esempio, se si andrà incontro a una rapida perdita della memoria oppure se sarà coinvolto l’aspetto depressivo. “Grazie ai nostri radiotraccianti – spiega il CEO – con l’imaging diagnostico è possibile individuare la zona del cervello maggiormente inficiata dal danno. Avendo a disposizione queste informazioni, si possono intraprendere terapie non solo di cristallizzazione, ma anche di programmazione dell’individuo dal punto di vista psicologico e comportamentale, sicuramente migliorandone di molto aspettative e qualità di vita”.

L’elemento centrale, in ogni caso, è la tempistica con cui avviene la diagnosi. “Una volta arrivati alla fase clinica conclamata della malattia, c’è poco da fare: è già avvenuta una distruzione irreversibile dei neuroni”, ribadisce Colabufo. A quel punto, è come avere una macchina in discesa senza freni che va contro un muro. L’unica possibilità è spostare il muro un po’ più in là, ma ci vuole comunque tempo e la macchina scende molto velocemente”.

A ricordarci l’urgenza di questa sfida ci sono anche i numeri: oggi in Italia la diagnosi di Alzheimer colpisce un milione di pazienti; 40 milioni nel mondo. Si calcola che dal 2015 saranno malati un ottantenne su tre e un settantacinquenne su quattro. Costi insostenibili per qualunque sistema sanitario, senza parlare della sofferenza – quella sì, davvero incalcolabile – per i pazienti e le loro famiglie.

“Siamo consapevoli dell’importanza di questa battaglia”, afferma Colabufo. “Abbiamo concentrato qui tutta la nostra attività scientifica. La decisione di costituirci in spin-off deriva dalla volontà di portare la nostra ricerca a un livello ancora più applicativo”. Al team non sfugge certo la differenza, anche in termini di attrattiva per gli investitori, della sua creatura rispetto alle tante giovani imprese che ogni giorno tentano di farsi strada nel mare magnum del panorama italiano. “A differenza di molte altre startup, soprattutto quelle focalizzate su web e servizi internet, la nostra ha un pregio: non crea nuovi bisogni, ma si sforza di risolvere problemi già esistenti”, argomenta il CEO. “L’investitore che punta su di noi rischia di più in termini di fatturato immediato, ma contribuisce alla risoluzione di drammi reali che affliggono milioni di famiglie”.

da: Galileo

Jul 4, 20122 notes
#galileo #salute #alzheimer #ricerca #BioForDrug #spin-off #bari
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Jul 3, 20122 notes
#scienze #bosone #higgs #fisica #CERN
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