Giulia Belardelli

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November 2009

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Disinformati e un po' confusi. Pochi test, sale il sommerso
Consegnati i premi “Riccardo Tomassetti” a cinque giornalisti che hanno scritto del virus. Le interviste agli studenti universitari e le campagne delle associazioni di GIULIA BELARDELLI

ROMA - Aids e comunicazione: sapere per salvarsi e per salvare. E’ questo lo spirito del Premio Riccardo Tomassetti, giunto alla seconda edizione e indirizzato a giovani giornalisti impegnati nel far conoscere gli aspetti legati alla malattia. A distanza di venticinque anni dall’inizio dell’epidemia, la sindrome da immunodeficienza acquisita continua ad essere un mistero per molti: strane teorie sul contagio, disinformazione sui rischi, poca o nulla conoscenza del test.

A dimostrare la gravità della situazione nel nostro Paese basta un dato: oltre il 60 per cento dei casi di Aids diagnosticati nel 2008 ha riguardato persone che hanno scoperto di essere sieropositive solo al momento della diagnosi, ovvero in uno stadio della malattia molto avanzato. In un quadro del genere, si capisce come il lavoro di divulgazione scientifica diventi sempre più importante per abbattere il muro di silenzio e parlare, finalmente, di prevenzione.

Il premio. Oggi a Roma, presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, c’erano anche alcune tra le principali associazioni italiane di lotta contro l’Hiv: Anlaids, Positifs, Cica e Nadir Onlus, con il sostegno di Pfizer Italia e il patrocinio del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. I vincitori del premio, intitolato alla memoria del giornalista scientifico Riccardo Tomassetti, sono quattro giovani under 35: Federico D’Ascoli per la categoria agenzie e quotidiani (con l’articolo “Torna l’incubo Aids. Discriminato sul posto di lavoro”, pubblicato su La Nazione); per i periodici Laura Avalle (“Aids: un nemico non ancora sconfitto”, uscito su Vero Salute) e Giulia Dellepiane (“Il Test che salva vite umane”, Futura); Paola Zanca per il web (“Aids, parapiglia al ministero: guai a chi parla di preservativo) e Simone Luciani per le radio (“Lotta all’Aids”, Radio Circuito Econews).

La disinformazione.
Tra i ragazzi, sono in tanti ad avere idee confuse, talvolta stravaganti, sul virus dell’Hiv. Lo hanno dimostrato alcune interviste realizzate per “tastare” il livello di disinformazione tra i giovani, che sono state proiettate prima della premiazione. C’è chi, ad esempio, ha sostenuto che la malattia si trasmette attraverso “liquidi interni” non meglio specificati, o anche con “i baci, se si ha una ferita alle gengive”. I “bagni pubblici” sono considerati ad alto rischio di contagio, e per proteggersi non resta che “utilizzare solo cose che ho già usato” (?) o “fare una specie di test annuale” (!).

Secondo Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione, è come se a fornire queste risposte fossero stati studenti universitari in diretta dalla Luna, “come se questo problema li riguardasse solo alla lontana”. “In questo modo - ha sottolineato Fiore Crespi, presidente di Anlaids - si trascura la prevenzione e si ignora il test, perdendo tempo prezioso per entrare in trattamento e dimenticando quelle precauzioni che possono salvare la vita, primo tra tutti il preservativo”.

I dati. In Italia, la diffusione dell’Hiv, seppur più lenta rispetto al passato, non si ferma: nel 2007, sono state segnalate 1.679 nuove diagnosi di infezione, pari ad un’incidenza di 6 nuovi casi per 100.000 residenti. Si osserva un aumento dell’età media in cui viene diagnosticata l’infezione, nonché un cambiamento nelle modalità di trasmissione più frequenti: diminuiscono i fruitori di droghe per vie iniettive (dal 69 per cento nel 1985 al 8,6 per cento nel 2007), mentre sono aumentati dal 13,3 per cento al 73,7 per cento i casi attribuibili a trasmissione sessuale, sia etero che omo/bisessuale. In circa il 17 per cento delle nuove diagnosi non si riesce nemmeno a stabilire la modalità di trasmissione del virus. L’opacità sociale della malattia favorisce quindi l’aumento della diffusione e le diagnosi tardive: come si è detto all’inizio, oltre il 60 per cento dei casi di Aids scoperti nel 2008 ha riguardato persone che sono venute a conoscenza della propria sieropositività solo al momento della diagnosi. Si tratta del cosiddetto “sommerso”, che fa sì che i pazienti che si sottopongono a trattamenti mediche in Italia siano circa la metà di quelli in cura in altri Paesi, come ad esempio la Spagna.

La comunicazione. Informare, dunque, è fondamentale per limitare la diffusione del virus e riportare i giovani sulla Terra, prima che sia troppo tardi. E’ grazie a servizi di divulgazione scientifica come quelli realizzati dai vincitori del Premio Riccardo Tomassetti che sempre più persone possono conoscere il virus e la malattia. Solo così Hiv e Aids smetteranno di essere entità misteriose, per diventare mali da combattere innanzitutto usando la testa. A ricordarlo è il serpente-grillo parlante di uno spot realizzato da Nadir Onlus: fare il test è importante, Adamo ed Eva dei nostri giorni dovrebbero averlo capito.
(nella foto: Laura Avalle, vincitrice del premio per la sezione periodici)


da http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scienze/hiv/hiv/hiv.html?ref=search

Nov 26, 2009
#repubblica #scienze
Arriva la talpa salva acquedotti. "Nuota" nei tubi, svela le perdite

Il progetto, sviluppato dal Politecnico di Torino, è stato premiato in Qatar. Consente di limitare gli sprechi grazie alla tecnologia senza fili di GIULIA BELARDELLI

UN DISPOSITIVO in grado di “nuotare” nelle condutture dell’acqua e “ascoltare” ogni piccola perdita, per poi “comunicare” i suoi rilevamenti tramite onde radio. Sembra fantascienza, ma non lo è. Si tratta della “talpa d’acqua”, strumento ad alta tecnologia sviluppato dagli iXem Labs del Politecnico di Torino e premiato con un milione di euro dallo Stato del Qatar. L’invenzione, infatti, ha tutte le carte in regola per trasformarsi in un prodotto vincente: è “eco-friendly”, “social-oriented” e poco costosa (cosa che non guasta mai). Il principio di base è quello del wireless, da anni al centro delle ricerche del team torinese. L’innovazione, in questo caso, consiste nell’utilizzare la potenza delle onde radio per risolvere la piaga degli sprechi di acqua potabile. Un problema molto diffuso in tutto il mondo, che rappresenta un significativo fattore di costo ambientale.

Gli sprechi. Goccia a goccia, ogni giorno notevoli quantità di acqua potabile si perdono per strada, sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Guasti, buchi, superfici interrotte che rimangono tali per anni, senza che nessuno riesca a fermare le perdite di questo enorme patrimonio.
Secondo Daniele Trinchero, professore al Politecnico di Torino, in Italia i conti dell’acqua “non tornano”. “La stima nazionale di acqua non contabilizzata è di circa il 58 per cento”, spiega Trinchero. In questa percentuale si inseriscono diversi fattori: da un lato ci sono le perdite nella rete di distribuzione, dall’altro ci sono le rotture negli allacciamenti finali, i furti d’acqua e i problemi legati alla presenza di contatori vecchi o malfunzionanti. “In media, però, il 30-35 per cento dell’acqua si perde a causa di guasti alle tubature - prosegue Trinchero - in misure diverse a seconda dell’acquedotto”.

Negli ultimi anni, poi, all’impatto ambientale si è aggiunto anche il costo economico, che si sta facendo sentire in tutti i paesi del mondo. A causa del riscaldamento climatico, infatti, le risorse idriche di base si stanno progressivamente impoverendo, e questo fa dell’acqua un bene ancora più prezioso.

Le sfide. Intervenire per riparare le perdite non è facile: può essere molto costoso e i risultati, fino ad ora, non sono assicurati. Per questo, nella maggior parte dei casi, si preferisce ignorare il problema, a meno che l’emorragia non sia talmente grande da poter andare a colpo sicuro. I tubi, infatti, scorrono sotto terra, spesso lungo percorsi non noti. Scavare “alla cieca” non conviene a nessuno, né in aperta campagna (dove i costi dei lavori sono maggiori), né tanto meno in città (dove il rischio è quello di intasare il traffico per nulla).

L’invezione. La grande novità della “creatura” uscita dagli iXem Labs consiste nel ridurre al minimo la possibilità di errore. E lo fa grazie ad un sistema che consente di “ascoltare” i rumori delle perdite e “comunicare” le informazioni relative. In un primo tempo gli ingegneri che lo hanno concepito hanno pensato di chiamarlo “nanodirigibile”. Poi, però, hanno optato per “talpa d’acqua” (in inglese “water mole”), nome di fantasia che rende bene l’idea dell’operato del piccolo oggetto all’interno delle tubature. La forma è quella di una palla da rugby, simile nel funzionamento a un telefonino impermeabilizzato. La talpa “nuota” liberamente all’interno dei tubi, capta i suoni che li popolano e li trasmette sotto forma di dati tramite le onde radio. In superficie, decodificando questi rumori, è possibile riconoscere il luogo, l’entità e la consistenza delle perdite.

La tecnica basata sull’ascolto dei rumori prodotti dall’acqua non è nuova, ma normalmente viene applicata solo su distanze brevi, perché necessita della presenza di un cavo per riportare i suoni in superficie. Il nuovo strumento, invece, si affida alle onde radio e non ha bisogno di alcun cavo: un aspetto decisivo per poter svolgere al top la sua funzione di “ispettore dei tubature”.

Il premio e la partnership in Qatar. Il risultato della ricerca è stato premiato dallo Stato del Qatar nell’ambito del National Priorities Presearch Program: un premio di circa un milione di dollari, che andrà al Policlinico di Torino e alla squadra degli iXem Labs. Un’altra occasione in cui l’eccellenza italiana si è fatta notare, questa volta in un emirato mediorientale. Una punta di amarezza, però, resta, leggendo le parole che il professor Trinchero scrive dal Qatar: “Una volta strutturato il progetto, abbiamo provato a proporlo in Italia, ma non abbiamo riscosso immediato interesse. Visto che ci credevamo, ci abbiamo lavorato nei rimasugli di tempo, con materiale di scarto del laboratorio. Forse anche grazie a questo è stato possibile realizzare un oggetto a basso costo”. L’università del Qatar, dal canto suo, ha già siglato un accordo con il Politecnico di Torino, e il centro di ricerca sulle comunicazioni wireless del Qatar si è detto intenzionato ad una industrializzazione del dispositivo.

da http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/ambiente/dispositivo-acqua/dispositivo-acqua/dispositivo-acqua.html?ref=search

Nov 17, 2009
#repubblica
Italiani e posta elettronica. Una love story da 7 giorni
Tanto è il tempo che trascorrismo a rispondere ai messaggi. Lo rivela una ricerca Nokia. Che spiega anche a quali diamo priorità. E quali cestiniamo prima di GIULIA BELARDELLI

ITALIANI e posta elettronica: una love story che cresce di anno in anno. Lo dimostrano i risultati di una ricerca condotta da Nokia sull’uso delle e-mail nel nostro Paese: il 56% degli italiani trascorre più di mezz’ora al giorno a rispondere ai messaggi di posta, dividendo la propria giornata tra questioni di lavoro, d’amore e di amicizia. Stando ai dati raccolti, in un anno ognuno di noi passa una media di sette giorni lavorativi a ticchettare sulla tastiera per rispondere a una e-mail: un lasso di tempo consistente, se si pensa che spesso le risposte si limitano a un paio di righe di testo e vengono accuratamente “selezionate”.

Obiettivo della ricerca condotta dall’azienda finlandese era l’analisi dei fattori che influiscono sul modo di rispondere a diversi argomenti e situazioni. Sono state studiate le abitudini di risposta di circa 8 mila persone in sei diversi Paesi del mondo: oltre all’Italia, Regno Unito, Russia, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, Spagna e Singapore. A noi spetta il titolo di “lettori più coscienziosi”: ben il 61% degli italiani legge con attenzione gran parte delle e-mail che riceve, a differenza dei britannici, particolarmente sbadati nel passare in rassegna la cartella di posta.

A guardare bene i risultati, si scopre che l’e-mail è ormai la forma di comunicazione prevalente in Italia, preferita dalla metà degli intervistati. Circa il 50% infatti la sceglie regolarmente per contattare partner, amici e colleghi, mentre il 36% continua a preferire il telefono e il 9% si affida agli sms. La media di e-mail che si ricevono in un giorno si aggira intorno alle 20 unità, con picchi di alcune centinaia nel caso delle persone più “internet busy”. E’ chiaro che in questo mare magnum di messaggi ci siano delle priorità, o meglio delle strategie, che ognuno mette in pratica per gestire al meglio la propria corrispondenza.

Interessante è il dato sui messaggi cui viene data priorità nella risposta. In generale, le e-mail di lavoro vengono considerate più importanti rispetto al resto, ma ciò non significa che siano necessariamente le prime a ricevere il comando “Re-“. Secondo la ricerca infatti, la metà degli intervistati ritiene prioritario rispondere al proprio compagno o alla propria compagna rispetto al capo o al manager (29%), ai colleghi (23%) e persino ai clienti (31%). I familiari, a quanto pare, sono all’ultimo gradino, con solo il 13% che li ritiene meritevoli di una risposta immediata. I padri, devono aspettare più a lungo per ricevere un cenno: solo il 6% si dà da fare per rispondere al genitore in tempi brevi, non superiori ai venti minuti.

Gli italiani, ricapitolando, utilizzano la posta elettronica e la considerano uno strumento affidabile per comunicare informazioni importanti, sia di natura lavorativa che personale. Ma sono in molti ad ammettere di prestare attenzione solo ai messaggi di cui si conosce il mittente. Esasperato da spam e pubblicità, il 48% delle persone dichiara di leggere un’e-mail solo se il mittente non risulta del tutto estraneo. Sarebbe dunque un’illusione pensare alle e-mail come a un mezzo di comunicazione sicuro e infallibile al primo colpo, soprattutto quando il contatto è ancora tutto da stabilire.

Infine, uno sguardo alle differenze regionali. In Campania, ad esempio, il 9% della popolazione impiega oltre un’ora al giorno per scandagliare le e-mail ricevute. All’Emilia Romagna, invece, il primato della disponibilità a leggere messaggi mandati da sconosciuti (59%) e a rileggere più volte una e-mail prima dell’invio (53%). A pari merito, Lazio e Toscana sono in cima alla classifica quanto a lettura di e-mail di lavoro: ad esse dà la priorità circa il 67% degli intervistati.

Gli abitanti di Veneto e Lombardia, dal canto loro, sarebbero i più lenti nel leggere le e-mail, o forse quelli che le leggono con più attenzione. I lombardi, tra l’altro, sembrano i più propensi ad aprire un messaggio del partner prima di altro mentre in Puglia si dà la priorità agli amici (61%).

Al di là di numeri e percentuali, un fatto è certo: per gli italiani, la posta elettronica è sempre più pane quotidiano, nel lavoro, come in amore e negli altri rapporti sociali. La risposta non è pienamente assicurata, ma forse sette giorni all’anno passati a mandare e-mail possono bastare.

Nov 17, 2009
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