About me: Italiano English

My CV: Italiano



Elezioni USA 2012






I miei link preferiti


Repubblica Tech

Repubblica Scienze

Viaggi di Repubblica

Galileo

Wired

Nòva100

Media Duemila

L’Espresso

La Zampa

National Geographic Italia

Madaction

Silverback

Pane Nero

Keplero

Radio24

Federico Taddia

Report

Silvia Bencivelli

CateOnLine

365 giorni da Donna

AnnaStaccatoLisa

Timu

Alaska - sentieri digitali

Potus 2012 - Blog Ansa sulla corsa presidenziale

YogaWaves


My favorite links


Nature

Science

New Scientist

Guardian Science

Eurekalert

Cell

The Lancet

New England Journal of Medicine

PubMed

Astronomy

Technology Review – MIT

CNET

Wired News

Ars Technica

NYTimes Tech News

Washington Post – Business Tech

Guardian Technology

Engadget

Mashable

Wall Street Journal Tech

TechCrunch

Read Write Web

TED - Ideas worth spreading

CleanTechnica

In Habitat

National Geographic

Time Magazine

Spiegel Online International

Media Storm

Data Journalism Blog

Open Knowledge Foundation

European Journalism Centre










Esquire Theme by Matthew Buchanan
Social icons by Tim van Damme

29

May

Tonni radioattivi da Fukushima alla California

I pesci arrivati a San Diego contenevano livelli di isotopi radioattivi superiori alla media. Ma lo studio, pubblicato su Pnas, rassicura: non ci sono mai stati timori per la salute

(di G.B.)

All’indomani del disastro di Fukushima, nel loro viaggio dal Giappone alla California, i tonni pinna blu avrebbero portato con loro tracce di radioattività. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Pnas e condotto ricercatori della Hopkins Marine Station della Stanford University  e della School of Marine and Atmospheric Sciences della Stony Brook University

La fuoriuscita di radionuclidi dalla centrale di Fukushima Daiichi in seguito al terremoto dell’11 marzo 2011 ha generato grandi preoccupazioni per la diffusione nell’Oceano Pacifico di materiale radioattivo”, ha spiegato Daniel Madigan, uno degli autori dello studio. Il suo gruppo ha quindi misurato i livelli di due isotopi radioattivi del cesio in quindici tonni pescati lungo la costa di San Diego nell’agosto del 2011. In particolare gli studiosi si sono concentrati su esemplari di tonni a pinna blu (Thunnuns orientalis) con meno di due anni, perché è poco prima di quell’età che questi pesci sono soliti abbandonare le coste giapponesi per attraversare l’intero Oceano. 

Dalle analisi è emerso che i pesci in questione contenevano livelli modestamente elevati degli isotopi radioattivi cesio-134 e cesio-137. Al contrario, i tonni arrivati in California prima del terremoto di Fukushima non presentavano alcuna traccia misurabile di cesio-134 e solo livelli minimi di cesio-137. Stesso discorso per i tonni a pinna gialla, diffusi soprattutto nell’est del Pacifico: anche questi dopo l’esplosione della centrale nucleare contenevano isotopi radioattivi, sebbene a bassissimi livelli. 

Secondo gli autori, tuttavia, la radioattività riscontrata nei tonni non ha costituito – e non costituisce tutt’ora - una minaccia per la salute pubblica. Il livello di isotopi radioattivi trovato nei pesci, infatti, è molto più basso del limite di sicurezza stabilito dal Giappone, e produce quantità di radiazioni inferiori rispetto ad altri isotopi naturalmente presenti nel pesce, come il potassio-40 e il polonio-210. 

D’altronde anche due studi sulle dosi di radiazioni a cui sono stati esposti gli abitanti dell’area interessata dal disastro, e gli operai e tecnici che hanno lavorato per riportare sotto controllo i reattori della centrale nucleare, i cui risultati preliminari sono stati pubblicati su Nature, affermano che l’esposizione è stata minima, e che gli eventuali danni per la salute di queste persone saranno difficilmente riconducibili al disastro di Fukushima (Fukushima, per l’Oms il rischio di tumori è minimo). 

Per Madigan e colleghi, lo studio sui tonni rappresenta comunque uno strumento utile per tracciare il modo in cui migrano le specie marine. “I risultati – hanno spiegato – indicano che il tonno a pinna blu del Pacifico è in grado di trasportare rapidamente materiale radioattivo da un punto in Giappone ad altre regioni lontane, sottolineando così il ruolo degli animali migratori come vettori di diffusione di radionuclidi”. Poiché sono diverse le specie marine che passano dalle acque Giapponesi lungo il loro percorso migratorio, gli autori sostengono che anche altri animali potrebbero aver trasportato isotopi radioattivi provenienti da Fukushima in giro per il Pacifico.

via wired.it

25

May

Mosaicoon, start up del 2012. Maestra in campagne web virali

Viene dalla Sicilia il progetto votato come il migliore tra i 10 giunti in finale. Che toccano ambiti diversi: servizi internet, mobile e nuove tecnologie per la salute. Ma anche farmaceutica, biometria e materiali innovativi. Un tour tra le aziende più promettenti secondo PNICube. La cerimonia all’Università di Sassari

di Giulia Belardelli

È Mosaicoon la start up del 2012 secondo PNICube, l’associazione che riunisce gli incubatori italiani nel tentativo di creare imprese innovative a partire dal mondo della ricerca accademica. L’azienda siciliana specializzata nell’ideazione di campagne pubblicitarie online si è aggiudicata il primo premio nella gara “Start up dell’anno”, a cui hanno partecipato dieci società scelte per intraprendenza e coraggio. In comune le dieci aziende finaliste hanno il fatto di essere nate dopo il 2008 da un incubatore universitario o uno spin off, come vengono chiamate oggi le tante realtà in cui si cerca di concretizzare una stessa parola magica: innovazione. Quest’anno PNICube ha portato tutti in Sardegna, presso l’Università di Sassari, dove ha sede anche una delle dieci finaliste, ProssimaIsola.

Le start up provengono da tutta Italia: da Torino (ben tre), Trento, Udine e Bologna, ma anche da Siena, Bari e Palermo. “L’obiettivo del premio – ha spiegato Loris Nadotti, presidente di PNICube – è dare visibilità alle imprese innovative, mettendole in contatto con venture capitalist e responsabili di ricerca e sviluppo di grandi aziende interessate a investire nell’innovazione italiana”. I campi sono così diversi che per accostarli ci vuole un po’ d’audacia. Tanto internet, mobile e tecnologie per la salute. Realizzazione di materiali innovativi, farmaceutica e biometria. Ecco una carrellata delle dieci aziende finaliste, un piccolo tour tra progetti cresciuti anche grazie alla creatività di giovani appena usciti dalle università. Unica nota dolente: non siede nemmeno una donna tra i posti di direttore generale, con tutte le riflessioni che da ciò possono scaturire.

Piccole stelle del web. La prima start up che incontriamo, proprio a Sassari, è ProssimaIsola. Nata nel 2008 da un’idea di Marcello Orizi e Daniele Idini, l’azienda sviluppa servizi internet ad alto contenuto innovativo. Il progetto di punta si chiama WhereIsNow, un servizio che permette di rintracciare su internet la versione più aggiornata di un documento. A beneficiarne sono sia gli internauti alla ricerca di una pagina in particolare, sia coloro che l’hanno pubblicata, che possono così avvisare gli utenti ogni qual volta una nuova versione viene messa online. Tra gli altri prodotti usciti dalla fantasia di questi due ingegneri, amici nella vita oltre che pappa e ciccia sul lavoro, ci sono TripTo, guida turistica mobile (attualmente in fase di lancio) pensata per consentire al turista di “vivere” il territorio grazie a un mix di strumenti: video, audio, testi e immagini, come anche realtà aumentata e risponditore vocale.

Passiamo da un’isola all’altra e atterriamo in Sicilia, a Palermo, presso una delle due sedi di Mosaicoon. In questo caso il fondatore, Ugo Parodi Giusino, ha messo su un team specializzato nella produzione e nella distribuzione di campagne virali online. Tra i fiori all’occhiello della start up ci sono due piattaforme tecnologiche (Plavid e Tracking) e campagne video di successo come quella di SOS Emergency e della povera Matilda che lotta contro un’aspirapolvere mobile. La giuria ha deciso di assegnare il primo premio a Mosaicoon per l’intraprendenza del progetto, i risultati economici, l’impatto sull’occupazione e l’ambizione dimostrata nell’internazionalizzazione della società. Il suo sviluppo è stato finanziato con i capitali di HT Sud Italia.

Francesco Baschieri, Daniele Cremonini e Marco Pracucci, invece, sono i fondatori di Spreaker, quartier generale a Bologna ma ufficio già ben avviato a Menlo Park, in California. I tre hanno inventato una piattaforma web e mobile che consente a chiunque di creare un programma radiofonico gratuito, registrando podcast, andando in diretta e mixando musica ed effetti sonori a proprio piacimento. I contenuti vengono poi diffusi automaticamente su tutte le piattaforme web, da Facebook a Twitter, da YouTube a Vimeo.

Diagnostica, farmacologia e assistenza ai disabili. A Bari, invece, nei laboratori di Biofordrug si lavora per contrastare una delle malattie più insidiose del nostro tempo: l’Alzheimer. Guidati da Nicola Antonio Colabufo, i ricercatori di questo spin off dell’Università di Bari hanno contribuito a studi recenti in cui si dimostra come l’origine del processo neurodegenerativo inizi circa vent’anni prima dell’evidenza clinica. Il team ha quindi sperimentato delle sonde fluorescenti e dei radiotraccianti che dovrebbero permettere di scovare la malattia con largo anticipo rispetto alla comparsa dei primi sintomi. Alcuni di questi strumenti sono già in fase di sperimentazione clinica su pazienti di Alzheimer in Olanda.

Un’altra start up vicina a chi lotta contro la malattia è Liquidweb, nata nel 2010 e incubata nel parco scientifico Toscana Life Sciences. Il suo progetto principale, BrainControl, consiste nello sviluppo di un sistema di interfaccia cervello-computer applicato a tecnologie per l’assistenza. I destinatari sono i malati di sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla e tetraplegie, che grazie a questi sistemi potranno comunicare e controllare con il pensiero dispositivi domestici e carrozzine.

Teletrasportandoci a Trento, arriviamo invece nella sede di ColdPharma, start up fondata nel 2011 con la missione di controllare che ciò che deve rimanere freddo ci resti davvero. I suoi clienti sono sia le multinazionali del farmaco sia le aziende della grande distribuzione, sempre alla ricerca di modi semplici ed economici per verificare in che stato arrivano, poniamo, latticini e surgelati.

Energia ed elettronica, nuove frontiere. Proseguendo nella nostra carrellata, incontriamo Acusidea, company che ha visto la luce all’interno dell’incubatore universitario del Politecnico di Torino. Sotto la guida del CEO Claudio Carbone, la start up opera soprattutto nel campo dell’energia e delle utilities, fornendo servizi e prodotti a oltre 12 milioni di utenti finali. Una delle sue trovate più innovative è Picus, un software pensato per aiutare le organizzazioni a non perdere per strada le idee, ma a nutrirle, farle crescere e metterle in serbo per il futuro. Sull’elettronica, invece, è focalizzato il business di IdemWorks, altro spin off del Politecnico di Torino concentrato sullo sviluppo e la commercializzazione di software di ausilio alla progettazione elettronica. L’azienda, presieduta da Stefano Grivet-Talocia e amministrata da Michelangelo Bandinu, crea tecnologie con cui gli ingegneri elettronici possono sbizzarrirsi per progettare computer, cellulari e dispositivi mobili del futuro.

Rivoluzioni sonore, biomediche e metallurgiche. A Udine gli esperti di IFACE, spin off dell’Università di Trieste guidato da Massimiliano Nolich, scandagliano le possibilità della “fusione sensoriale”. Il loro campo d’azione riguarda lo sviluppo di algoritmi capaci di amalgamare diversi elementi biometrici (come voce, lineamenti e impronte digitali) per arrivare a identificare gli utenti in modo univoco. La start up opera anche nel monitoraggio acustico degli ambienti: il che vuol dire trovare gli algoritmi più efficaci con cui migliorare la qualità audio di un segnale e localizzare e classificare le sorgenti sonore.

Infine, a ricordarci che combinare tradizione e innovazione è non solo possibile, ma anche vincente, ci sono Alessandro Daniele e Alessandro Fais, due giovani che nel 2008 hanno creato EPoS. L’azienda, con base a Torino, ha messo a punto una nuova tecnologia di sintetizzazione con cui è possibile produrre componenti metallici (dal ferro al rame, dal titanio al nickel) e metallo-ceramici per applicazioni meccaniche, elettriche e termiche. Con questo processo – spiegano i fondatori – si possono ottenere oggetti tanto diversi quanto le pastiglie dei freni e la punta di un trapano. Non a caso hanno scelto per il loro progetto la parola EpoS, che in greco (έπος) significa “storia, poesia” ma anche “grandioso, eroico”.

La gara. Oltre al primo premio di 5 mila euro, Mosaicoon si è aggiudicata anche il “Premio dei Premi”, il riconoscimento assegnato alle migliori innovazioni nel settore universitario e della ricerca pubblica e che viene conferito ogni anno, a giungo, dal Presidente della Repubblica. Dal punto di vista dei rapporti con l’estero, la competizione punta soprattutto a rafforzare i rapporti con il Regno Unito. Altri premi sono stati conferiti dalla UK Trade & Investment, l’Agenzia governativa britannica per lo sviluppo economico. Le start up vincitrici andranno direttamente alla competizione UK-Italy Springboard 2012. Appuntamento a Milano il prossimo novembre.

da: Repubblica.i

21

May

Dr Tom - La liberté en cavale

16

May

Il robot comandato col pensiero. Così BrainGate aiuta i paralitici

Nuovi progressi nel campo delle interfacce cervello-macchina. Negli Usa una sperimentazione decennale ha mostrato che persone affette da paralisi possono controllare con la mente il movimento di un braccio meccanico, attraverso un dispositivo impiantato nella corteccia motoria. I dettagli su Nature

di GIULIA BELARDELLI

Per quindici anni, dopo che un infarto l’ha lasciata paralizzata, “S3” ha sempre immaginato di compiere un’azione da sola. Ora, grazie a una sperimentazione clinica finanziata anche dal governo americano, ci è riuscita: con la forza del pensiero e con l’aiuto di un braccio robotico e di un sistema chiamato BrainGate, ha afferrato un bicchiere, lo ha sollevato e ha sorseggiato il suo drink, prima di lasciarsi andare a un bellissimo sorriso. La storia di questa donna di 58 anni e di “T2”, 66 anni, anche lui tetraplegico, è al centro di un programma di ricerca che da dieci anni tenta di ridare alle persone colpite da paralisi o perdita degli arti almeno una piccola parte della loro autonomia. Il sistema, descritto sull’ultimo numero di Nature, funziona come una “porta” (“gate”, appunto) pensata per far ubbidire la tecnologia agli ordini del cervello.

La sperimentazione rappresenta il punto finora più evoluto di ciò che è possibile ottenere in uno spazio tridimensionale tramite un sistema di interfaccia cervello-computer. Ci hanno lavorato, fianco a fianco, scienziati, fisici e ingegneri della Brown University, del Massachusetts General Hospital, dell’Harvard Medical School, del Dipartimento degli Affari dei Veterani e del Centro Aerospaziale tedesco (DLR).

Lo scopo del gruppo è riassunto nel loro motto: “trasformare il pensiero in azione”. Il mattone di questa trasformazione è BrainGate, un piccolo dispositivo ideato dai ricercatori della Brown University e composto da una griglia di 96 elettrodi da impiantare nella corteccia motoria, quella parte del cervello da cui scatta il movimento volontario. “Gli elettrodi sono abbastanza vicini ai neuroni da registrare l’attività legata al pensiero di un movimento”, ha spiegato John Donoghue, direttore dell’Istituto di Brain Science della Brown University. “Questi impulsi elettrici vengono poi letti da un computer esterno che li traduce in un comando, il quale guida dispositivi come braccia robotiche e arti artificiali”.

Lo stesso meccanismo è alla base dei due esperimenti descritti dal gruppo. Nel primo, entrambi i partecipanti dovevano afferrare con un braccio robotico delle palle di gommapiuma di diversa grandezza programmate per comparire una alla volta. Nel secondo, svolto soltanto dalla signora “S3”, il compito consisteva nell’immaginare la sequenza di movimenti necessaria a prendere una bottiglia, sollevarla e avvicinarla per bere. Il margine di successo è stato di due volte su tre.

“La strada da fare è ancora molto lunga, ma siamo arrivati a un livello impensabile fino a qualche anno fa”, ha commentato Leigh Hochberg, professore di Ingegneria alla Brown University e neurologo presso il Massachusetts General Hospital. E poi, riguardo alla sperimentazione di cui è stata protagonista “S3”: “È stato un momento di vera gioia per tutti. Vedere questo risultato, e soprattutto vedere il sorriso di una persona che finalmente riesce a compiere un’azione tante volte immaginata, ci ha dato un’emozione enorme. Si è trattato non solo di un traguardo personale e di gruppo, ma di un avanzamento significativo per tutto il campo delle interfacce cervello-macchina”.

Dimostrando che dopo 15 anni di paralisi le cellule della corteccia motoria continuano a funzionare più o meno allo stesso modo, il team di BrainGate ha dato una risposta, per quanto parziale, a una delle domande che da sempre assillano i neuroscienziati. “Abbiamo mostrato che anni di paralisi non spengono i segnali celebrali portatori di informazioni multi-dimensionali, e dunque del movimento. A lungo si era temuto il contrario”, ha precisato Donoghue. Tra i motivi di soddisfazione dei ricercatori c’è anche la resistenza del dispositivo. Alla signora “S3”, infatti, BrainGate era stato impiantato cinque anni fa, segno che i sistemi odierni di interfaccia cervello-computer sono in grado di continuare a funzionare anche molto tempo dopo il loro “ingresso” nel corpo umano.

La parte più difficile, però, comincia ora, almeno secondo Roderic Pettigrew, direttore dell’Istituto nazionale di Bioingegneria e Imaging biomedico, parte degli NIH. “I ricercatori hanno iniziato un processo lungo e difficile, che consiste nel provare e migliorare il sistema con il feedback dei pazienti. Ci vorranno anni prima che la tecnologia possa essere utilizzata a livello pratico, senza il controllo di un tecnico in grado di calibrare e controllare il tutto”.

Il gruppo sa però dove vorrebbe arrivare: “Abbiamo in mente un sistema che possa essere stabile per decenni, lavorare in modalità wireless ed essere completamente autonomo”, ha spiegato Donoghue. “L’obiettivo è creare il dispositivo migliore, quello capace di funzionare sempre, per la durata di una vita. Abbiamo ancora moltissimo lavoro da fare, ma sapere che è possibile ci rende piuttosto fiduciosi verso il futuro”. Finora, il campo delle interfacce cervello-computer ha registrato successi soprattutto per quel che riguarda la comunicazione. Altri partecipanti al programma BrainGate hanno utilizzato la stessa tecnologia a livello bidimensionale, muovendo con il pensiero un cursore su uno schermo a fini comunicativi. Lo scopo ultimo, però, è quello di aiutare le persone colpite da paralisi a riconnettere il cervello direttamente con l’arto paralizzato. In questo caso, il sistema BrainGate dovrebbe essere collegato a un dispositivo per la stimolazione elettrica funzionale, incaricato del compito di far arrivare gli stimoli elettrici ai muscoli immobilizzati. La tecnologia ha dato risultati incoraggianti sulle scimmie. Ci vorrà del tempo prima di capire se la sperimentazione potrà essere proseguita anche sugli esseri umani.

da: Repubblica.it

Buone notizie dalle neuroscienze applicate. Un dispositivo sperimentale, realizzato dai ricercatori della Brown University, ha permesso a una donna paralizzata da 15 anni di afferrare un bicchiere e bere da sola guidando con il pensiero un braccio robotico. La sperimentazione, finanziata dai National Institutes of Health, rappresenta il punto finora più evoluto di ciò che è possibile ottenere tramite un sistema di interfaccia cervello-computer. BrainGate è impiantato nella testa dei partecipanti e funziona catturando i segnali che guidano il movimento intenzionale.

Credit: Brown University/Braingate2.org

14

May

Bandiere blu, l’Italia marina migliora. Più qualità sulle spiagge, cresce il Sud

Presentata la 26ma edizione dell’iniziativa della FEE. I lidi “a norma” salgono a 246 (più 13). La Liguria si conferma regione regina con 18 comuni nella lista, ma le novità positive arrivano da Campania e Sardegna

di GIULIA BELARDELLI

Se il mare è sempre sferzata di luce, energia e vita, anche quest’anno arrivano le Bandiere Blu a sventolare sui Comuni italiani più virtuosi e attenti al benessere delle nostre coste. Per l’estate 2012 il riconoscimento è andato a 131 località marittime e 61 approdi turistici da nord a sud dello Stivale. La Foundation For Environmental Education (FEE), l’organizzazione no-profit che da un quarto di secolo porta avanti il programma, ha infatti premiato ben 131 Comuni italiani rappresentativi di 246 spiagge (tredici in più rispetto al 2011), quasi il 10% dei lidi premiati a livello internazionale.

Anche quest’anno la regione con più bandierine è la Liguria (diciotto, una in più rispetto allo scorso anno), seguita a pari merito da Marche e Toscana con sedici Bandiere Blu. Il dato più significativo, però, è l’aumento dei vessilli nel Sud Italia, con la Campania a quota tredici e i successi registrati da Puglia (dieci località) e Calabria (sei). In generale, c’è di che gioire, visto che tra i 131 Comuni ci sono sette new entry e dunque un incremento del 4% rispetto all’edizione precedente. I nuovi arrivati – a cui è andato il plauso della FEE – sono Monopoli in Puglia, Melissa in Calabria, Anacapri sull’isola di Capri, Petacciato in Molise, Palau in Sardegna, Ventotene nel Lazio e Sanremo in Liguria.

La Bandiera Blu è il riconoscimento internazionale che viene assegnato ogni anno in oltre 40 paesi sparsi tra Europa, Africa, Oceania, Asia, Nordamerica e Sudamerica. Fin dal 1987, anno europeo dell’ambiente, il programma è condotto dall’organizzazione no-profit Foundation For Environmental Education (FEE), in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale del Turismo (ONWTO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP). In Italia la FEE opera in collaborazione con ENEL Sole per promuovere il rinnovamento energetico della penisola. La valutazione è affidata a una Giuria nazionale con il contributo di enti istituzionali, come il Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo e il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, e di organismi privati, come i Sindacati balneari (SIB-Confcommercio, FIBA-Confesercenti) e la FIN sezione salvamento. Del team fanno parte anche l’Ispra, il Coordinamento assessorati regionali al turismo e il Laboratorio di Oceanologia ed Ecologia Marina dell’Università della Tuscia.

Tornando ai risultati, l’edizione 2012 spicca per un trend di crescita rispetto allo scorso anno, segno che i nostri mari, malgrado tutto, stanno ricevendo sempre più attenzioni. Alle spalle di Liguria, Marche e Toscana, troviamo l’Abruzzo con 14 Bandiere Blu. La Campania ne conquista una in più (tredici, di cui undici nella provincia di Salerno), così come Calabria e Sardegna (entrambe a quota sei). L’Emilia Romagna, invece, perde una località e si ferma a otto, così come la Sicilia, che passa da sei a cinque. Il Lazio ottiene cinque Bandiere (Anzio, Sabaudia, San Felice Circeo, Sperlonga e Ventotene). Nessuna novità per il Veneto che mantiene le sue sei, né per il Friuli Venezia Giulia e il Piemonte, che conservano le due dello scorso anno. Guadagna un riconoscimento in più il Molise, con Petacciato Marina che si aggiunge a Termoli. Chiudono le fila Lombardia e Basilicata con un vessillo blu a testa: la località lacustre di Gardone Riviera in provincia di Brescia e Maratea in provincia di Potenza. Su un totale di 157 candidature, ci sono state 124 riconferme, ossia il 99%. Assenti, rispetto al 2011, Rimini per l’Emilia Romagna e Fiumefreddo in Sicilia.

A ricordare che la Bandiera Blu è molto più di un pezzo di tela ci ha pensato Claudio Mazza, presidente di FEE Italia. “L’incremento delle Bandiere Blu indica l’efficacia di un percorso virtuoso per le località rivierasche basato sul miglioramento continuo”, ha detto nel corso della conferenza stampa che si è tenuta questa mattina presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. “Si tratta di piccoli passi che insieme costituiscono la prova di un grande impegno. La situazione economica internazionale e una domanda turistica sempre più attenta all’ambiente impongono senza più ritardi alle amministrazioni locali delle scelte concrete in fatto di sostenibilità e qualità”.

Per ottenere il simbolo blu i Comuni hanno inviato alla FEE Italia un questionario accompagnato da diversi documenti. Il vessillo si distingue in due tipi: Bandiera Blu delle spiagge, che certifica la qualità delle acque di balneazione e dei lidi, e Bandiera Blu degli approdi turistici, con cui si assicura la pulizia delle acque vicine ai porti e l’assenza di scarichi fognari.

I criteri necessari per guadagnare il riconoscimento si dividono in 12 sezioni, che spaziano dalla qualità delle acque di balneazione alla depurazione delle acque reflue, passando per le attività di informazione ed educazione ambientale, la raccolta differenziata dei rifiuti e la cura dell’arredo e del decoro urbano. In particolare, per quanto riguarda la qualità delle acque, in tutte le località Bandiera Blu è garantita la conformità con i valori previsti dalla Direttiva europea sulle acque di balneazione e sugli scarichi, oltre all’assenza di discariche urbane o industriali in prossimità delle spiagge.

La pulizia è considerata un fattore fondamentale, così come la sua concreta fattibilità: i cestini per i rifiuti devono essere disponibili in numero sufficiente, controllati e svuotati con regolarità. Deve essere possibile fare la raccolta differenziata senza impazzire alla ricerca di un contenitore per il vetro o la plastica e i servizi pubblici devono essere adeguati e puliti. La FEE dà particolare rilievo anche all’accessibilità, visto che almeno una spiaggia Bandiera Blu per ogni Comune deve avere un accesso e dei servizi per i disabili. Tra i punti a favore ci sono poi l’istituzione di aree pedonali, piste ciclabili e parcheggi decentrati, così come l’offerta di servizi di bus-navetta.

Per la prima volta, grazie alla collaborazione con Enel Sole, è entrata a far parte del punteggio anche l’efficienza energetica degli impianti pubblici di illuminazione. “L’obiettivo – spiegano da Enel Sole – è quello di stimolare le amministrazioni comunali a migliorare gli impianti energetici esistenti e crearne di nuovi, con un ‘premio’ nel punteggio per chi utilizza tecnologia LED”.

Anche quest’anno, infine, il Comando Generale delle Capitanerie di Porto Guardia Costiera darà il suo supporto per verificare che in ogni spiaggia vengano rispettati e mantenuti i criteri previsti dal programma. Eventuali disfunzioni verranno segnalate a FEE Italia, che provvederà a sollecitare i singoli Comuni a proteggere al meglio la bellezza dei nostri mari.

da: Viaggi di Repubblica

08

May

Il fenomeno #Grillo by @VauroSenesi

25

Apr

Visita alla società di tecnologia finanziaria guidata da Manoj Narang, base a Red Bank, nel New Jersey.
Spesso gli algoritimi degli scambi ad alta frequenza sono appaltati a società informatiche che poi offrono i propri servizi alle company. La Tradeworx, considerando tutte le aziende a cui offre servizi, copre il 3% del mercato azionario americano. Il CEO Narang spiega: “Hft è un’attività a basso rischio e basso guadagno. Non si corrono i rischi dello scambio di mutui o di derivati”

per: Re Le Inchieste

“Vi porto nella finanza del millisecondo”

Intervista ad Andrea Nova, giovane analista finanziario in un hedge fund di Wall Street. Dove i più ricercati sono ingegneri, fisici e matematici capaci di tradurre in equazioni i sussulti dei mercati

di Giulia Belardelli

“Prendiamo un secondo e immaginiamo di dividerlo in un milione di parti. In ognuno di questi microsecondi, se potessimo entrarci dentro, ci troveremmo un aggiornamento del prezzo, un ticchettio dell’orologio che scandisce il battito con cui, sul mercato azionario, avvengono le transazioni. Stesso discorso per i beni di consumo, solo che qui la frequenza è nell’ordine dei millisecondi”. È così che Andrea Nova, giovane analista finanziario per un hedge fund di Wall Street, descrive l’High Frequency Trading, il fenomeno che negli ultimi anni sta ridisegnando il volto dell’alta finanza a colpi di algoritmi. Andrea incarna il prototipo delle figure più richieste di questi tempi a Wall Street: pur non avendo studiato economia, la sua formazione di ingegnere biomedico gli consente di vedere il sistema finanziario nel suo insieme, “come se si trattasse di un organismo”. Originario di Lissone, capitale del mobile in provincia di Monza e della Brianza, Andrea si è laureato al Politecnico di Milano per poi partire alla volta di Boston, dove ha completato la sua tesi al Massachusetts Institute of Technology. Lì il lavoro gli è andato letteralmente incontro, nel senso che ha ricevuto un’offerta quando era ancora tra le mura dell’università. Molti dei suoi colleghi sono fisici, matematici, ingegneri, persone che hanno trovato nella finanza uno sbocco – talvolta l’unico – per mettere alla prova intuizioni e talento. Lo abbiamo incontrato a New York per farci raccontare, dal suo punto di vista, l’High Frequency Trading in tutto il suo essere sfuggente.

Proviamo prima a inquadrare il fenomeno. Chi sono e cosa fanno le società di High Frequency Trading?

Per come intendo io il fenomeno, sono HFT tutte quelle istituzioni finanziarie che riescono ad aggiornare le loro operazionia una frequenza dello stesso ordine di grandezza di quella del mercato stesso.Ogni exchange è caratterizzata dalla velocità con cui riesce ad accoppiare gli ordini, ossia a mettere insieme un soggetto che vuole comprare e uno che vuole vendere.Oggi questo tempo è nell’ordine dei millisecondi per il mercato dei beni di consumo (il cosiddetto commodity exchange) mentre è nell’ordine dei microsecondiper il mercato azionario.

Cosa c’è di diverso in questa finanza del milli o microsecondo rispetto a quella che possiamo “vedere” a occhio nudo?

Per chi partecipa al mercato ad alta frequenza, l‘ambiente in cui si scambiano le securities è completamente diverso da quello di superficie. È come andare su un altro pianeta dove vigono altri principi e anche i protagonisti sono diversi, dal momento in cui solo pochi soggetti hanno la capacità di essere così veloci da poter competere. È per questo che le istituzioni finanziarie hanno un disperato bisogno di persone con una formazione tecnica: queste frequenze sono molto vicine ai limiti fisici di ciò che i computer moderni riescono a fare. La sfida è sviluppare algoritmi sempre più efficienti e computer sempre più veloci.

Nel tuo percorso sei passato dalla biomedicina alla finanza. Non ti senti un po’ come un centometrista che, perché bravo a correre, viene mandato su un campo da football senza sapere bene le regole del gioco?

Malgrado si tratti di due aree molto diverse, esistono delle analogietra il settore biomedico e la finanza.L’ingegneria biomedica è un’ingegneriadei sistemi, e come tale insegna a comprendere e gestire sistemi complessi e dinamici.Il sistema finanziario, al pari del corpo umano, è un ambiente incredibilmente complessoe mutevole, spesso imprevedibile. In entrambi i casi è centrale il concetto di analizzare e concettualizzare sotto forma di modelli i singoli elementi costitutivi, per poi comprendere come questi siano dinamicamente interconnessi ad una scala più ampia.È un approccio, questo, che mi è tornato estremamente utile.Lo status mentis dell’ingegnere, che porta a vestire con un tessuto di equazioni i fenomeni che si osservano, serve a chi fa High Frequency Trading nello sviluppo di modelli e strategie di investimento.

Da questa analogia sembra quasi che la finanza possa essere considerata una scienza esatta…

No, non è così e ti spiego subito perché.Uno dei postulati fondamentali della scienza è che tu possa ripetere un determinato esperimentopiù volteottenendo sempre lo stesso risultato. Il fatto che io stia facendo un esperimento non influenzala legge che lo governa.In finanza non è così. Per questo la finanza non è scienza. La mia presenza sul mercato influenza il mercato stesso, mi fa essere un attore invece che un osservatore. Per questo cercare leggi universali in finanza vuol dire muoversi come un cane che si morde la coda.Non c’è nessuna legge misteriosa che qualcuno deve capire perché non ci sono leggi, non è scienza. Nella scienza e nella fisica la realtà è quella, e io la devo conoscere.In finanza, ciò che facciamo fa muovere il mercato stesso, tanto da rendere impossibile sperimentare il mercato senza influenzarlo.

Quali sono, secondo te, i vantaggi di un sistema così tecnologicamente avanzato?

Più il sistema è ottimizzato, veloce ed efficiente, più si riduce la distanza tra domanda e offerta.Minore èla distanza tra bid e ask,meno denaro viene speso nella transazione. La finanza (o quanto meno chi fa hedging e dunque si assumeparte del rischioper conto dei suoi clienti) vive in questo spazio, nella distanza tra bid e ask. Il fatto che ci siano tante persone che partecipano al mercato fa aumentare la competizione. E più un mercato è competitivo ed efficiente, meno la finanza ci guadagna. Potremmo dire che la finanza, in un certo senso,si ridimensiona e regolamenta continuamente da sola, dal momento che la competizione diminuisce il margine di profitto. Era molto, molto più facile fare un sacco di soldisui mercati5-7-10 anni fa. Adesso, malgrado tutto quello che si dice in giro, fare soldi è molto più complesso. Il vantaggio non è certo della finanza, ma di chi va sull’exchange per raccoglieree scambiarecapitali.

Dopo la crisi del 2008, buona parte dell’opinione pubblica ha un’immagine molto negativa della finanza e di chi ci lavora. Come vivi questa situazione?

Cerco sempre di spiegare che la finanza, di suo, non ha una connotazione etica o morale. Il punto è che la finanza, purtroppo o per fortuna, favorisce chi ha maggiore conoscenza e ricchezza di informazioni.Per questo sarebbe importantepromuovere un minimo di alfabetizzazione economica e finanziaria.L’immagine negativa che viene percepita deriva dal fatto che, di natura, gliesseri umani hanno paura di ciò che non conoscono.

Come spiegheresti il ruolo della finanza a un outsider?

La finanza non produce ricchezza in sé, ma è fondamentale perché aumenta la liquidità nel sistema. È come se fosse un lubrificante: hai una macchina perfetta, che funziona benissimo, ma senza il lubrificante le ruote non girano. Se non ci fossero il credito, la finanza e il movimento di capitali, la macchinaeconomicanon potrebbe funzionare. L’economia ha bisogno di qualcuno che favorisca le transazioni e raccolga capitali. Quello che purtroppo sta succedendo in molti paesi europei è pensare che esista qualcosadi intrinsecamente sbagliatonel sistema economico-finanziario in generale. Per cui cosa si fa? Si taglia, si secca, si toglie. Si succhia via tutto il possibile come sela soluzione fosse eliminare un fantomatico male.Ciò che andrebbe fatto, al contrario,oltre a ridurre drasticamente gli sprechi, èlubrificare il sistema, oliarlo, inondarlo di liquidità e di fiducia in maniera intelligente.

Dal tuo punto di vista di ingegnere, parli di una finanza che può essere resa più trasparente proprio grazie all’avanzamento tecnologico. Eppure si potrebbe obiettare che più la tecnologia si fa “estrema”, più diventa difficile tracciare una linea tra comportamenti leciti e illeciti. E questo potrebbe andare a vantaggio di chi gioca sporco…

Partiamo da un presupposto: chi lavora in finanza – come qualsiasi altra persona che lavora – lo fa anche per guadagnare.Ècorretto che chi mette a rischio il proprio capitale venga in qualche modo ricompensato. Certo, ci sono stati dei personaggi che hanno approfittato della deregolamentazione e della mancanza di conoscenza per trarre il massimo del profitto. Così come ci sono senz’altro istituzioni finanziarie che fanno cose eticamente più discutibili rispetto ad altre.

Proviamo a fare qualche esempio pratico.

Un aspetto ampiamente criticato è l’esistenza delle “black pools”, piattaforme di trading poco trasparenti che nascondono gli ordini di mercato al mondo esterno. Oppure lo sfruttamento anti-concorrenziale di informazioni,ottenuto grazie a posizioni privilegiate dei singoli server rispetto a quello centrale dell’exchange, finalizzato a ridurre la latenza (il tempo che l’informazione impiega per essere trasferita, ndr) rispetto ai competitors.

Nel caso delle bancarotte di Lehman Brothers o diMF Global, invece, il problema consisteva in un altissimo livello di leverage: per ogni dollaro che investivano, se ne erano fatti prestare una trentina. Questo fenomeno ha determinato una reazione a catena: se io crollo, tutti quelli che mi hanno prestato i soldi non riprendono niente, e quindi cadono anche loro. Nel cortocircuito del 2008, infine,alcune banche prestavano soldianche a chi non avrebbe mai potuto ripagare il debito, traendo ugualmente profitto da prodotti derivati complessi come i credit default swaps.

Come si fa a mettere in chiaro le regole del gioco? Come può il legislatore stare dietro a una finanza che somiglia sempre più a un ambito di ricerca?

Il punto è proprio questo:il comportamento dei mercati è spesso oscuro anche a chi i mercati li analizza e li studia ogni giorno.Anche quando ci sembrerà diaver afferrato le regole del mercato, queste saranno già diverse e più complesse.È lampante quanto sia difficile regolamentare il settore e quanto il sistema politicofaccia fatica a stare dietro a tutto questo. Le poche persone che hanno una conoscenza approfondita della situazione, anziché collaborare con un legislatore spesso lento ed inefficiente, vengonopagateprofumatamente dachi potrebbe trarre profitto dall’High Frequency Trading.In finanza, così come in altri campi della vita, è tutta una questione di informazione e conoscenza. Aspetti che purtroppo spesso mancano proprio laddove più ce ne si riempie la bocca.

da: Re Le Inchieste

Sotto le finestre di chi si occupa di finanza al microsecondo suonano i tamburi di #occupywallstreet. Un movimento che ha messo sotto i riflettori i problemi economici dell’americano medio, ma che ancora non ha la forza per essere un partito politico in grado di proporre un cambiamento concreto

per: Re Le Inchieste